A 33 anni dall’uccisione il nome di padre Pino Puglisi continua a parlare al presente. La sua storia non appartiene soltanto alla Palermo degli anni Novanta e non si esaurisce nel ricordo del sacerdote assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993. A Brancaccio, Puglisi aveva scelto di partire dai ragazzi, dall’educazione e dalla costruzione di una libertà capace di mettere in discussione una cultura fondata sulla paura, sul silenzio e sulla dipendenza dal potere mafioso.
È proprio questa dimensione, quella dell’educatore prima ancora che del simbolo dell’antimafia, che Rosaria Cascio porta avanti da anni. Allieva e testimone diretta del suo metodo, Cascio ha trasformato quell’esperienza in un impegno quotidiano nelle scuole e nell’attività dell’associazione «Sì, ma verso dove?», con l’obiettivo di raccontare ai giovani non soltanto chi fosse don Pino, ma soprattutto il senso delle sue scelte.
Perché la sua eredità, oggi, non riguarda soltanto il passato. Riguarda il modo in cui si educano le nuove generazioni, la capacità di assumersi responsabilità e la possibilità di costruire alternative concrete alla cultura mafiosa. Ed è proprio da qui che parte il racconto di Rosaria Cascio.
La modernità dell’azione pedagogica
A 33 anni dall’uccisione di padre Pino Puglisi, quale significato conserva oggi la sua testimonianza per Palermo e per le nuove generazioni?
«La modernità dell’azione pedagogica di p. Puglisi è ancora oggi attualissima e l’attenzione nei suoi confronti lo è altrettanto. Il suo obiettivo diretto non era combattere la mafia ma favorire la crescita libera e responsabile di quei giovani di Brancaccio. In questo sta la sua modernità. Fare ciò che ha fatto Puglisi è molto più pervasivo e pericoloso per una struttura criminale come la mafia che ancora oggi esercita un fascino incredibile tra le giovani generazioni».
«E’ molto più semplice far fuori un uomo pensando che così si elimina il pericolo da lui rappresentato piuttosto che mettere fuori gioco un progetto educativo, uno stile pedagogico. La forza di quel progetto era nelle sue radici evangeliche e di testimonianza cristiana coerente e autentica».
«Trentatré anni non hanno spento il senso di quella testimonianza, anzi. Don Pino è stato il primo sacerdote ucciso dalla mafia perché il suo lavoro quotidiano, fatto di piccole cose, stava disarticolando il consenso sociale su cui Cosa Nostra costruiva il proprio potere a Brancaccio».
«Oggi Palermo è cambiata, ma la mentalità mafiosa non si combatte una volta per tutte: si ripresenta sotto forme diverse, meno visibili, a volte più subdole. Ma i tanti giovani che ho incontrato in giro per l’Italia mi dimostrano di sapere bene da che parte stare ed hanno scelto l’impegno sociale e culturale come via vera per vivere la propria vita in modo autentico».
«Per questo per le nuove generazioni don Pino resta un punto di riferimento affascinante, perché ha mostrato che un’alternativa culturale ed educativa è sempre possibile, anche nei contesti più difficili. Questo, ai ragazzi di oggi, parla ancora moltissimo».
Cascio mette quindi al centro non soltanto il rapporto tra Puglisi e la mafia, ma soprattutto il valore del suo lavoro con i ragazzi. Il sacerdote puntava sulla loro autonomia e sulla capacità di assumersi responsabilità, costruendo un rapporto educativo basato sulla fiducia.






«Puglisi lasciava un segno dentro le persone»
Lei ha conosciuto don Pino da giovane e ha vissuto da vicino il suo metodo educativo: qual è l’insegnamento più attuale che ancora oggi possiamo raccogliere dalla sua esperienza?
«In-segnare significa, letteralmente, lasciare un segno dentro. Questo ha fatto Puglisi. Ha inciso il suo esempio dentro alla mente ed al cuore di chi lo ha conosciuto anche indirettamente. Ho incontrato giovani sacerdoti, ragazzi che hanno scelto l’impegno diretto nel territorio e nella propria comunità perché, dopo avere letto un libro su Puglisi o semplicemente dopo averne saputo la storia, ne hanno apprezzato la coerenza e la testimonianza».
«Basta parole, i giovani vogliono gli esempi veri e coerenti. Il cuore del suo metodo era la fiducia: prendeva sul serio i ragazzi, li considerava protagonisti e non semplici destinatari di un intervento educativo calato dall’alto».
«Non offriva ricette pronte, ma esperienze concrete di responsabilità. Ricordo l’esperienza che propose a noi ragazzi dei gruppi giovanili da lui diretti presso l’ospedale psichiatrico dei Fatebenefratelli a Genzano di Roma: per farci capire che la vita è servizio e non solo diritti da rivendicare a parole, ci ha messo in situazione».
«Ci ha fatto sperimentare direttamente la parola servizio e l’ha riempita di senso, di contenuto, di valore. Altro che parole, la vita va vissuta seriamente e in prima persona. Nei contesti mafiogeni come quello di Brancaccio, riuscì a rompere lo schema autoritario padre-figlio tipico della cultura mafiosa, sostituendolo con un rapporto di ascolto e di accompagnamento».
«Oggi, in un mondo dove i ragazzi sono spesso soli davanti a nuove forme di fragilità — isolamento, dipendenze, povertà educativa — questo suo modo di stare accanto, senza sostituirsi a loro ma aiutandoli a trovare le risposte dentro di sé, è di un’attualità sorprendente».
Il metodo di Puglisi, dunque, partiva dall’esperienza diretta. Per Cascio, proprio questo approccio conserva oggi un valore particolare in una società che espone i ragazzi a nuove forme di solitudine e fragilità.
«Non riduciamo don Pino al solo prete antimafia»
Padre Puglisi viene spesso ricordato come un sacerdote antimafia, ma lei ha sempre sottolineato la dimensione educativa e pastorale della sua azione: a parte la lotta contro Cosa Nostra quali aspetti dell’impegno di padre Puglisi lei ritiene più importanti?
«Ridurre don Pino al solo “prete antimafia” rischia di far perdere di vista ciò che lo rendeva davvero pericoloso per la mafia: era, prima di tutto, un educatore e un pastore secondo lo spirito del Concilio Vaticano II».
«Ha lavorato per anni alla formazione delle coscienze, aiutando i giovani a scoprire non solo eventuali vocazioni religiose ma un progetto di vita autentico. Lo ha fatto in diverse realtà ma, soprattutto, all’interno del Centro Diocesano Vocazioni dove l’ho avuto per 14 anni accanto come formatore e guida spirituale».
«Ha dato spazio ai laici, ha creduto in una Chiesa vicina agli ultimi, attenta a chi restava ai margini — anziani, malati, persone con disagio psichico, immigrati, ragazze madri. Il Centro Padre Nostro, nato a Brancaccio, non era uno sportello assistenziale ma un luogo dove si costruivano relazioni e si restituiva dignità. È questa pastorale fatta di presenza quotidiana, più che di gesti eclatanti, di azioni persistenti e silenziose piuttosto che di proclami urlati, la sua eredità più profonda».
Una visione che porta direttamente alla questione della memoria. Per Cascio, ricordare Puglisi non significa limitarsi alla commemorazione del 15 settembre, ma continuare a trasmettere il suo approccio educativo e il suo modo di stare accanto alle persone.
La sfida: trasformare la memoria in impegno
L’associazione che lei presiede nasce per custodire e diffondere la memoria di don Pino: dopo tanti anni di impegno, quali sono oggi le sfide più importanti per mantenere viva la sua eredità?
«La sfida più grande che ci siamo posti sin da quando abbiamo deciso di riunirci in associazione, è stata la testimonianza e la diffusione della sua opera. Ma, in primo luogo, abbiamo lavorato per evitare che la memoria diventi un rito, ripetuto ogni 15 settembre e poi archiviato per un altro anno».
«Abbiamo insistito nel proporre la sua ferialità di uomo e di prete del Vangelo per evitare che venisse trasformato in un santino da venerare senza accettare il cambiamento della personale esistenza. Mi sono messa in gioco personalmente e da 25 anni lavoro per portare il “metodo Puglisi” dentro le scuole in modo continuativo, non episodico, e per farlo dialogare con le fragilità di oggi, che non sono identiche a quelle della Brancaccio degli anni Novanta».
«C’è poi la sfida generazionale: raccontare don Pino a ragazzi che non hanno vissuto quegli anni richiede linguaggi nuovi, non solo la narrazione della sua storia e questa sfida la vivo, quotidianamente, nel mio essere un’insegnante di lettere al Liceo Regina Margherita di Palermo».
«Proporre la conoscenza e l’impegno per la legalità, la lealtà, il rispetto e la lotta per l’affermazione dei diritti come arma alternativa alla violenza, che in certi territori è rappresentata dalle mafie, significa tenere viva un’eredità».
«Per me, che sono una testimone diretta di quel p. Pino Puglisi ucciso dalla mafia nel 1993, oggi significa anche difenderne la verità storica, con documenti e testimonianze dirette da consegnare agli anni futuri. Anche per questo motivo, l’Associazione “Sì, ma verso dove?” di cui faccio parte collabora attivamente con il Centro Diocesano “P. Giuseppe Puglisi. Martire ucciso dalla mafia”, presieduto dal Vescovo e formato da decine di persone che di Puglisi sono direttamente testimoni».
Il messaggio
Il messaggio che emerge dalle parole di Rosaria Cascio è quindi quello di una memoria che deve trasformarsi in pratica quotidiana. Scuola, educazione, legalità, rispetto e responsabilità diventano gli strumenti attraverso cui continuare a trasmettere alle nuove generazioni ciò che Puglisi aveva costruito a Brancaccio.
A 33 anni dalla sua morte, la sua eredità continua così a vivere non soltanto nel ricordo del sacerdote ucciso dalla mafia, ma nelle esperienze di chi sceglie ogni giorno di trasformare quella testimonianza in impegno concreto.


