sabato, 5 Settembre 2026
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L’orrore di Barberino del Mugello ci dimostra che non siamo di fronte a semplici delitti, ma a un fenomeno sociale mirato che richiede parole adeguate per classificarlo correttamente

Femminicidio è il termine corretto: è successo di nuovo, butta l’ex dal ponte e si uccide

Lorena Isceri aveva 46 anni quando la sua vita è stata spezzata sulla A1, a Barberino del Mugello. Picchiata con brutalità dal fidanzato Federico Vella, rinchiusa nel bagagliaio e lanciata nel vuoto da un viadotto prima che l’uomo si togliesse a sua volta la vita. Un episodio che lascia sgomenti per la sua spietatezza, ma che diventa l’ennesima spunta di un bollettino di guerra.

Bisogna allora sforzarci di comprendere la reale natura di ciò che sta accadendo. La vera sfida culturale, infatti, si gioca anche sul terreno dell’analisi e delle parole con cui scegliamo di definire questo orrore. Chiamarlo femminicidio non risolve il problema ma inquadra in una categoria specifica il reato che non puó e non deve essere catalogato come un classico omicidio.

Vannacci e il femminicidio

Di recente, le affermazioni del generale Roberto Vannacci hanno riacceso il dibattito sulla legittimità del termine, da lui bollato come un’invenzione linguistica superflua da cancellare in favore della dicitura generica di omicidio. Sostenere che una parola valga l’altra significa però ignorare la sostanza stessa delle cose: il linguaggio non serve soltanto a registrare un fatto, ma a spiegarne la matrice.

Utilizzare la parola femminicidio non equivale a stabilire un’assurda gerarchia sul valore della vita umana, quasi che la morte di una donna pesi più di quella di un uomo. Al contrario, serve a circondare un perimetro preciso: identifica il reato commesso contro una donna in quanto tale, scaturito dall’incapacità dell’aggressore di accettare la sua indipendenza, un rifiuto, una scelta di separazione o l’interruzione di un rapporto di possesso. Un reato comune risponde a dinamiche criminali generiche; il femminicidio risponde a uno schema relazionale e tossico ben preciso.

I dati statistici su scala globale e nazionale mostrano una tendenza inequivocabile: mentre i delitti generali tendono a diminuire, le aggressioni mortali maturate in ambito affettivo o familiare continuano a mietere vittime. Ridurre questa realtà a un indistinto problema di ordine pubblico significa nascondere la radice sistemica e patriarcale del fenomeno.

Persino la premier Giorgia Meloni è intervenuta sulla questione per replicare alle posizioni di Vannacci, ribadendo con chiarezza che il femminicidio esiste eccome, e che la sua essenza risiede proprio nel rifiuto dell’autonomia e della libertà femminile. Riconoscere questa specificità non è un vezzo ideologico, ma il presupposto fondamentale per formulare leggi efficaci, tutele adeguate e percorsi di prevenzione nelle scuole e nella società.

Finché la pretesa di decidere della propria vita continuerà a trasformarsi in un fattore di rischio per tantissime donne, eliminare dal vocabolario il termine che ne descrive la spinta violenta sarebbe un grave arretramento. Chiamare le cose con il loro nome resta il primo passo irrinunciabile per poterle, un giorno, sconfiggere davvero.

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