Guardi la linea dell’orizzonte mentre il cielo si tinge del rosso di un tramonto artificiale e velenoso. Lo senti l’odore della macchia mediterranea che soffoca? Senti lo scoppiettio dei pini centenari, l’aria che si consuma, l’olivo secolare che si arrende in pochi istanti? Stai godendo per tutto ciò?
Tu pensi di impugnare un potere divino con quel semplice fiammifero tra le dita, ma la verità è che sei soltanto l’espressione più meschina e vile della cattiveria umana. Perché la natura è l’inevocabile espressione del Divino. L’unica entità perfetta, magica, inspiegabile, che vince su qualsiasi religione, perché tangibile, evidente. Perfino il fuoco che tu usi per distruggerla è una sua incredibile espressione divina.
Ma ogni anno, quando il caldo si fa soffocante e il vento di scirocco soffia dall’Africa, tu, vile, aspetti nell’ombra. E colpisci. Per il tuo orgasmico bisogno di sentirti onnipotente. Ma fidati, non lo sei. Sei solo malato, irrimediabilmente malato. Negli ultimi anni hai trasformato le province di quest’isola in un cimitero a cielo aperto: migliaia di alberi abbattuti non dal tempo, ma dalla tua mano. Hai inghiottito le case delle persone, il lavoro di una vita, alberghi, aziende, stalle, ricordi d’infanzia, speranze per il futuro. Hai ucciso persone che volevano salvare le case, i campi, gli animali, le aziende, il lavoro. Dove c’era la vita, ha lasciato cenere, un paesaggio arido e mutilato. Hai indebolito le colline, le montagne, l’aria che respiriamo.
Questa non è un’invocazione alla tua coscienza, perché chi distrugge la propria terra ha già dimostrato di non averne una. Questo è un monito. La letteratura ci insegna da secoli la cecità dell’arroganza umana, quella spinta autodistruttiva che illude l’uomo di potersi ergere a padrone del reame naturale, senza capire di esserne soltanto un fragilissimo ospite. I grandi maestri del passato hanno raccontato con lucidità quanto la bassezza dell’animo possa spingersi verso un nichilismo sterile, dove il male viene compiuto per il solo gusto di colmare un vuoto interiore. Come le anime dannate che nei versi immortali del poema medievale venivano consumate dalla loro stessa violenza contro la natura e contro Dio, anche tu stai costruendo con le tue mani la tua condanna. Ti illudi che il fuoco sia una firma di forza, ma è solo il marchio della tua impotenza.
La natura che bruci non è un oggetto di tua proprietà e tu non sei Dio. La ginestra, quella che Leopardi descriveva alle pendici del Vesuvio, tornerà a fiorire sulla cenere della Sicilia. Gli alberi, lentamente, torneranno a spingere le loro radici nella terra ferita. Ma tu, cosa resterà di te?
Niente. Solo la vergogna irredimibile di chi ha scelto di essere un parassita della bellezza. Ti credi invisibile mentre ti dilegui tra le rigaglie di fumo, ma porti addosso la puzza della devastazione e della peggiore viltà umana.



