venerdì, 8 Maggio 2026
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Un post sui social, le minacce agli ambulanti e un quartiere fermato dalla paura: il vero rischio è considerarlo normale

Il mercato chiuso dai clan e il silenzio dello Zen: Palermo non può abbassare la testa

Ci sono immagini che raccontano una città più di qualsiasi statistica, più di qualsiasi conferenza sulla legalità, più di qualsiasi slogan istituzionale. A Palermo, ieri mattina, una di quelle immagini era il silenzio di via Luigi Einaudi allo Zen. Nessuna bancarella, nessun ambulante, nessun mercato. Solo strade vuote nel giorno dei funerali di Carmelo Barone, pregiudicato ritenuto vicino agli ambienti mafiosi del quartiere.

Non è stata una festa patronale. Non è stato il maltempo. Non è stata un’ordinanza comunale. È bastato un messaggio sui social, accompagnato poi da intimidazioni sul territorio, per fermare un intero mercato rionale. E questa è la notizia più inquietante.

Perché quando un quartiere si ferma non davanti allo Stato ma davanti alla paura, significa che qualcuno continua a esercitare un potere alternativo. Un potere che non ha bisogno di carte intestate, timbri o divise. Gli bastano i motorini che sfrecciano all’alba, poche parole dette nel modo giusto e la certezza che chi lavora preferirà perdere una giornata di guadagno piuttosto che rischiare conseguenze peggiori.

Il punto non è Carmelo Barone in sé. Gli stessi investigatori lo descrivono come una figura marginale rispetto ai grandi equilibri mafiosi. Il punto è ciò che la sua morte ha rappresentato nel quartiere: la dimostrazione plastica che allo Zen esiste ancora un sistema capace di imporre decisioni collettive fuori da ogni regola democratica.

E attenzione a non minimizzare come qualcuno prova a fare sui social. Palermo ha conosciuto bene questo linguaggio. È il linguaggio del controllo sociale. Quello che inizia con il “favore”, continua con il rispetto imposto e finisce con l’assuefazione. È lo stesso meccanismo che trasforma il pizzo in una tassa normale, l’intimidazione in abitudine e il silenzio in sopravvivenza quotidiana.

In tutto questo, la scena più amara resta quella dei commercianti. Gente che si sveglia alle quattro del mattino per lavorare, che vive di incassi giornalieri e che ieri è stata costretta a restare a casa. Non per scelta. Non per lutto personale. Ma perché qualcuno ha deciso che il quartiere dovesse fermarsi. E quando il diritto al lavoro può essere sospeso con un post su Facebook, allora non siamo davanti a una semplice “bravata di quartiere”. Siamo davanti a un problema enorme.

Le parole del sindaco Roberto Lagalla, dell’assessore Giuliano Forzinetti e del presidente della Regione Renato Schifani sono importanti e doverose. Ma da sole non bastano più. Perché Palermo non ha bisogno soltanto di dichiarazioni indignate dopo ogni episodio. Ha bisogno di presenza costante, di controllo del territorio, di tutela concreta per chi denuncia e soprattutto di restituire ai quartieri popolari una cosa fondamentale: la fiducia nello Stato.

Per troppo tempo lo Zen è stato raccontato soltanto come un simbolo negativo. Ma dentro quel quartiere vivono anche famiglie oneste, commercianti perbene, ragazzi che studiano, associazioni che resistono. Ed è proprio a loro che si dovrebbe pensare oggi. Perché ogni volta che la criminalità riesce a imporre il proprio volere, anche solo per un giorno, a perdere non è soltanto un mercato rionale. Perde tutta la città.

La verità è che Palermo si trova davanti a un bivio delicato. Da una parte c’è una mafia meno organizzata rispetto al passato, meno militare ma ancora profondamente presente nel controllo sociale ed economico dei quartieri. Dall’altra c’è una città che rischia di abituarsi a tutto: ai fuochi d’artificio ai funerali dei pregiudicati, ai cortei celebrativi, ai mercati chiusi per ordine dei clan. Ed è proprio l’abitudine il pericolo più grande.

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