L’Italia piange la scomparsa di Sandro Mazzola, uno dei talenti più fulgidi e rappresentativi della storia del calcio italiano e internazionale. Figlio d’arte dell’indimenticato Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga, Sandro ha saputo costruire una carriera straordinaria, diventando una vera e propria icona per intere generazioni di tifosi.
Cresciuto nel settore giovanile dell’Inter, la squadra alla quale ha legato in maniera indissolubile quasi l’intera parabola agonistica, Mazzola ha debuttato in prima squadra all’inizio degli anni Sessanta. Sotto la guida del mecenate Angelo Moratti e del tecnico Helenio Herrera, è diventato uno dei pilastri fondamentali della leggendaria Grande Inter. Con le sue doti tecniche eccezionali, le famose serpentine palla al piede e una straordinaria intelligenza tattica che gli permetteva di svariare da attaccante puro a centrocampista, ha guidato i nerazzurri alla conquista di quattro scudetti, due Coppe dei Campioni consecutive e due Coppe Intercontinentali.
Nel 1971 ha sfiorato anche il massimo riconoscimento individuale, piazzandosi al secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro alle spalle di Johan Cruijff.
La maglia della Nazionale
Il suo contributo è stato altrettanto decisivo con la maglia della Nazionale italiana, con la quale ha collezionato 70 presenze e 22 reti. Con gli Azzurri si è laureato campione d’Europa nel 1968 e ha conquistato il secondo posto ai Mondiali del Messico nel 1970, un torneo entrato nel mito anche per la celebre “staffetta” tattica che lo vide alternarsi in campo con Gianni Rivera.
La dirigenza nerazzurra e la tv
Dopo il ritiro dal calcio giocato avvenuto sul finire degli anni Settanta, Mazzola ha continuato a servire l’Inter in veste dirigenziale per ben undici anni, prima di mettere la sua grande esperienza al servizio di altri club come Genova e Torino e di affermarsi successivamente come apprezzato opinionista televisivo.
Il cordoglio dell’Inter (sintesi)
FC Internazionale Milano, il suo presidente Giuseppe Marotta, il Vice President Javier Zanetti, l’allenatore Cristian Chivu e il suo staff, i calciatori e tutto il mondo Inter si uniscono con profonda commozione al cordoglio per la scomparsa di Sandro Mazzola, leggenda nerazzurra e del calcio mondiale e, nel ricordarlo, abbracciano i suoi familiari.
La voglia di ricordare si mischia con il pudore: quanto è difficile trovare le parole migliori per salutare chi ha scritto la storia, l’ha scritta per davvero, in maniera indelebile e senza precedenti.
Sandro Mazzola è stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra. Lui è stato la storia dell’Inter: ci è entrato da ragazzino e non ci è più uscito. Sulle spalle un fardello pesante, il ricordo di un papà che pareva invincibile. Nel destino, due leggendari nerazzurri che di fatto lo cresceranno, accompagnandolo nel percorso della storia.
Una sola maglia per tutta la vita, un solo sogno. Da costruire senza un papà, perso nella strage di Superga, quella del Grande Torino. Aveva sei anni, cinque mesi e 23 giorni, Alessandro, per tutti Sandro, Sandrino.
Bruciare le tappe, diventare grande per necessità. Sandrino lo ha fatto in fretta, anche grazie agli eventi. Lui, classe ’42, fu proiettato in campo in Prima Squadra nella famigerata ripetizione di Juventus-Inter, 10 giugno 1961, a Torino. Dall’interrogazione a scuola al viaggio nel capoluogo piemontese, dove Moratti ed Herrera schierarono la Primavera. Finì 9-1, per l’Inter segnò un ragazzo magro e bravo nel tocco: Sandro Mazzola. Aveva 18 anni.
17 stagioni, 565 partite ufficiali, 158 gol. Un legame con l’Inter mai chiuso, con la carriera da dirigente e poi da direttore sportivo.
Le sue visite in sede all’Inter sono continuate anche negli ultimi anni, lui che è nella Hall of Fame del Club, ha sempre raccontato del legame unico e indissolubile con i colori nerazzurri. Lo ha fatto anche raccontandolo a Lautaro e compagni, in una recente visita ad Appiano Gentile. Dove si sentiva a casa, dove ricordava i ritiri con Herrera, tra aneddoti meravigliosi e spassosi.
Brillava in campo, brilla anche ora, la stella del baffo. Che, come spesso ha raccontato, aveva un solo, ultimo, desiderio: “Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1”. Lo faremo, Sandro.


