Negli ultimi anni, in gran parte come eredità del clima di scontro vissuto durante e dopo la pandemia di Covid-19, si è insinuata nella società una diffidenza strisciante nei confronti dei vaccini. Questo scetticismo, inizialmente rivolto ai farmaci sviluppati in emergenza, ha finito per intaccare progressivamente anche la fiducia nei confronti delle vaccinazioni pediatriche tradizionali, quelle che da decenni fanno parte della nostra routine sanitaria e della tutela dei più piccoli.
Il dramma consumatosi all’Ospedale dei Bambini di Palermo, dove Annarosa, una bambina di soli quattro anni, ha perso la vita per una sospetta infezione da difterite perché a quanto pare non è stata vaccinata, impone di fermarsi a valutare con lucido pragmatismo le conseguenze concrete di questo cambio di atteggiamento.
La percezione errata che molte patologie infettive appartengano ormai a un passato remoto è una trappola concettuale insidiosa. Malattie devastanti come la difterite, il vaiolo, il morbillo o le meningiti batteriche non sono scomparse per caso o per un’evoluzione spontanea della natura, ma grazie alla copertura vaccinale di massa che ne ha bloccato la circolazione per generazioni. Quando la percentuale di popolazione protetta diminuisce, il patogeno trova nuovamente spazi in cui insediarsi e proliferare. La difterite, ad esempio, produce una tossina capace di soffocare e di danneggiare organi vitali come il cuore e il sistema nervoso in pochissimo tempo, trasformando una diagnosi in una corsa contro il tempo dall’esito spesso fatale.
Mettere sulla bilancia i rischi significa analizzare i dati scientifici con freddezza. Nessun presidio medico al mondo è privo di possibili effetti collaterali, ma quelli legati ai vaccini pediatrici tradizionali sono nella stragrande maggioranza dei casi lievi, temporanei e monitorati su scala globale da decenni. Al contrario, le complicazioni derivanti dal contrarre la malattia naturale portano con sé percentuali drammaticamente più alte di danni permanenti o di decesso. Paragonare il rischio infinitesimale di una reazione avversa da vaccino al pericolo reale di un’infezione acuta da patogeni storicamente letali rappresenta un errore di valutazione statistica che può rivelarsi tragico.
L’ultima morte per difterite in Italia nel 1991
In Italia, all’inizio del secolo scorso, si registravano circa 30mila casi di difterite infantile e 1.500 morti l’anno. Dopo l’introduzione della vaccinazione ci fu un drastico calo dei contagi. Tra il 1990 e il 2009, infatti, si verificarono appena 5 casi, di cui uno mortale nel 1991 in una bambina non vaccinata.
Soggetti fragili e immunità di gregge
Esiste poi un aspetto matematico e sociale che non riguarda soltanto le scelte del singolo nucleo familiare. La copertura vaccinale garantisce la cosiddetta immunità di gregge, una barriera protettiva indispensabile per tutelare anche chi, per patologie pregresse, deficit immunitari o ragioni di età, non può ricevere la somministrazione dei farmaci. Rinunciare alla prevenzione non espone a rischi soltanto i propri figli, ma indebolisce l’intero sistema di protezione della comunità, esponendo i soggetti più fragili a minacce che la medicina moderna ha già dimostrato di saper sconfiggere. La tragedia di Palermo deve servire da monito lucido e privo di ideologie per comprendere che la tutela della salute deve passare inevitabilmente dalla consapevolezza e dalla scienza. Perdere fiducia nei medici, nei ricercatori e negli scienziati, significa tornare a molti decenni fa, quando la mortalità, soprattutto infantile, era molto alta e tragedie come quella di oggi rappresentavano una consuetudine quasi quotidiana.



