La procura mette la parola fine all’inchiesta sulla scomparsa di Santina Renda. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione, lasciando senza risposta uno dei misteri più dolorosi della cronaca siciliana. Dopo oltre trentacinque anni nessuno conosce ancora la sorte della bambina, che stava per compiere sei anni, né l’identità di chi la portò via.
La mattina del 23 marzo 1990 Santina giocava davanti alla sua abitazione, in via Pietro dell’Aquila, nel quartiere Cep di Palermo, insieme alla sorella Francesca, più piccola di un anno. Poco dopo, la bambina rientrò in casa e raccontò alla madre che un uomo con la barba e gli occhiali da sole aveva fatto salire Santina su una station wagon bianca, dopo averle offerto una caramella. Da quel racconto gli investigatori elaborarono anche un identikit, ma ogni ricerca si rivelò inutile.
L’avvocato Luigi Ferrandino, referente italiano della Manisco World, associazione internazionale impegnata nella ricerca delle persone scomparse, continua a sostenere che alcune piste investigative meritavano ulteriori approfondimenti. Per il legale il caso non può finire nell’oblio e chi possiede informazioni dovrebbe trovare il coraggio di parlarne.
Nei mesi successivi alla scomparsa arrivò anche una telefonata da parte di una donna straniera, che dichiarò di aver rapito la bambina. Gli accertamenti dimostrarono presto che si trattava soltanto di un gesto di sciacallaggio.
Vincenzo Campanella
Le indagini si concentrarono poi su Vincenzo Campanella, giovane del quartiere noto come “lo scemo” a causa dei suoi disturbi psichici. In un primo momento raccontò che Santina era morta dopo essere caduta dal suo motorino. Disse di aver nascosto il corpo in un cassonetto dopo averlo trasportato con un motofurgone, ma non riuscì mai a indicare il luogo né a fornire elementi utili per verificare la sua versione.
Due anni dopo Campanella finì nuovamente al centro della cronaca per il rapimento, la violenza e l’omicidio del piccolo Maurizio Nunzio Renda, cugino di Santina, di appena otto anni. I giudici lo condannarono a 29 anni di carcere.
Anche per la scomparsa di Santina Campanella confessò, salvo poi ritrattare tutto. Quando i familiari si opposero alla prima richiesta di archiviazione, nel 2024 i pubblici ministeri decisero di ascoltarlo ancora. Poco tempo prima aveva risposto alla lettera della madre della bambina, lasciando intendere di non aver raccontato tutta la verità.
Gli investigatori lo raggiunsero nella struttura psichiatrica dove si trova ricoverato. Durante il nuovo interrogatorio riferì di aver accompagnato Santina a fare un giro in motorino intorno alle 9.30 del mattino e di averla poi riaccompagnata a casa prima di raggiungere il fratello allo Zen, dove successivamente la Polizia lo rintracciò. Aggiunse di aver notato anche lui una grossa automobile e un uomo con la barba nei pressi dell’abitazione della bambina.
Alla domanda sul motivo della falsa confessione, Campanella sostenne che i poliziotti lo avessero costretto ad accusarsi con violenze. Anche questa ricostruzione, però, presentava numerose incongruenze e contraddizioni, tanto da non convincere gli inquirenti.
Secondo l’avvocato Ferrandino, il nuovo interrogatorio non avrebbe chiarito i punti rimasti oscuri e avrebbe riproposto molti degli interrogativi già emersi in passato. Per questo rinnova il suo appello. «Su Santina non deve calare il silenzio. Se qualcuno conosce la verità, è il momento di raccontarla».



