lunedì, 20 Maggio 2024

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L’arresto e la fine di Messina Denaro: un progetto studiato alla perfezione

L'opinioneL'arresto e la fine di Messina Denaro: un progetto studiato alla perfezione

La sua morte segna la fine della mafia stragista e sanguinaria. Ma il dubbio che la sua latitanza sia finita per sua decisione rimane

Quando venne arrestato disse ai pm: “Se non mi fossi ammalato, non mi avreste mai preso”. Chi lo sa, forse è vero, ma non lo sapremo mai. Matteo Messina Denaro non si è pentito e come tutti gli altri padrini stragisti si è portato nella tomba tanti segreti. La sua morte segna la fine, si spera, della mafia stragista e sanguinaria, sostituita da quella dei “ragionieri” e dei “colletti bianchi”.

Osservando il comportamento in carcere, in regime di 41 bis, del boss di Castelvetrano, che ha mantenuto una buona condotta fino alla fine ma senza rivelare nulla di nulla, si delinea il profilo di un capo malavitoso che aveva accettato di essere arrivato al tramonto. Trascorreva il suo tempo con letture o davanti alla televisione e riceveva le terapie necessarie somministrate in un’apposita infermeria accanto alla sua cella. Inoltre, aveva il privilegio, visto che gli restava poco da vivere, di ricevere lettere e visite dalla sua famiglia, come quella di Lorenza, che era stata riconosciuta solo pochi giorni prima della sua morte. Otto mesi di detenzione e ricoveri che hanno permesso al mafioso di essere condotto alla morte con tutte le cure necessarie, senza doversi nascondere e senza dover corrompere nessuno. Un arresto, dunque, che non ha di certo punito a dovere Messina Denaro per i tanti reati commessi, tra cui l’ordine di ammazzare un bambino.

Negli ultimi giorni, su sua richiesta, il boss è stato sedato, e in conformità con il suo testamento biologico, le macchine che lo tenevano in vita sono state staccate in presenza del suo difensore, nominato come suo tutore legale. Non ha quindi nemmeno sofferto perché ha rifiutato farmaci che lo tenessero in vita allungando agonia e sofferenza.

Prima di morire i magistrati ci hanno provato più volte a farlo parlare. Ma lui ha negato tutto, perfino l’appartenenza a cosa nostra, la partecipazione alle stragi e l’omicidio del piccolo Di Matteo. Ben venga che sia morto da detenuto, ma il dubbio che sia stato lui stesso a facilitare la sua cattura, senza per questo voler sminuire il compito degli investigatori, resta.

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