mercoledì, 25 Marzo 2026
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Mentre il referendum si trasformava in uno scontro politico, il livello del dibattito pubblico sembrava progressivamente abbassarsi, scivolando verso dinamiche più emotive che razionali

La politica ai tempi di “chi non salta… è”

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il tempo politico che stiamo vivendo: quella di una politica che salta. Che salta nei palazzetti, che salta nelle piazze, che salta perfino nei luoghi simbolo delle istituzioni.

E mentre la politica salta, il Paese osserva.

Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 nasceva come una consultazione complessa, densa di contenuti tecnico-normativi, destinata – almeno nelle intenzioni – a incidere su equilibri profondi del sistema giudiziario. Ma si è trasformato, strada facendo, in tutt’altro: una battaglia politica, una prova di forza tra schieramenti, un test di consenso.

Il risultato è noto: la vittoria del “No” a livello nazionale, e un dato ancora più significativo in regioni come la Sicilia, dove il dissenso ha superato il 60%. Un numero che va ben oltre il merito del quesito referendario.

Perché quel “No” non è stato soltanto un voto contro una riforma. È diventato, nella sua forma più immediata, un voto di dissenso. Un messaggio semplice, diretto, quasi istintivo.

Ma è proprio qui che si apre la vera domanda:
di quale politica stiamo parlando? E soprattutto, quali sono i temi reali su cui si sta confrontando il Paese?

Perché mentre il referendum si trasformava in uno scontro politico, il livello del dibattito pubblico sembrava progressivamente abbassarsi, scivolando verso dinamiche più emotive che razionali.

Non possiamo dimenticare quanto accaduto a Napoli, dove esponenti del governo si sono lasciati trascinare nel coro “chi non salta comunista è”, trasformando un momento politico in una scena da curva.

Ma allo stesso modo colpisce quanto accaduto, sempre a Napoli, all’interno della sede dell’Associazione Nazionale Magistrati, dove circa cinquanta tra giudici e pubblici ministeri hanno festeggiato l’esito referendario intonando “Bella ciao”, tra brindisi e cori, arrivando anche a slogan contro la premier e contro singoli magistrati.

Due immagini opposte, ma in realtà profondamente simili. Due facce della stessa medaglia.

Da un lato la politica che si fa tifo.
Dall’altro le istituzioni che rischiano di scivolare nella stessa dinamica.

E in mezzo? C’è il Paese.

C’è un popolo che, in parte, si lascia trascinare e “salta”: oggi da una parte, domani dall’altra.
C’è chi osserva in silenzio.
C’è chi assiste con crescente disillusione.

E poi c’è una domanda che resta sospesa, forse la più importante:
tra un salto e l’altro, chi si sta occupando davvero di governare?

Perché dietro i cori, le contrapposizioni, le semplificazioni, resta una realtà complessa che richiederebbe ben altro livello di approfondimento: una giustizia che deve essere riformata con equilibrio, un Paese che ha bisogno di scelte strutturali, una società che chiede risposte concrete.

Il rischio è che, trasformando ogni passaggio istituzionale in uno scontro identitario, si perda il senso stesso della politica. Quella vera. Quella che non ha bisogno di saltare per esistere. Ma che ha il dovere di restare in piedi.

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