lunedì, 20 Maggio 2024

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La nostra era è la babele della superbia e della cocciutaggine

Dipingi la PaceLa nostra era è la babele della superbia e della cocciutaggine

Oggi nei matrimoni i posti sono tutti assegnati. Nessuno si mette all’ultimo posto, per essere invitato, con onore, a sedersi al primo posto. Siamo tutti omologati e si sta seduti per ore e ore, per consumare antipasti, primi e secondi che spesso vanno a finire nei bidoni dell’immondizia. Sono strani i nostri matrimoni, si spendono 20, 30, 40 mila euro in una notte, per poi separarsi dopo 5 anni. Al mattino medito ciò che il cielo vuole annunciarmi e mi sento sicuro per tutta la giornata. Mi riempio di divino e tuttavia i miei passi sono stanchi a procedere. Fatti umile, e troverai grazia nella vita. La mitezza ti rende saggio più della tua stessa generosità. Quanti superbi arrancano dietro il denaro e non sono mai felici. Ai miti Dio rivela i suoi segreti. Non c’è rimedio per i superbi, bruciano nell’olio sputato nella pendola dello stesso loro odio. Nel cuore dei superbi è radicato il male.

La loro vita è contorta di radici di ignoranza e di stoltezza. Il sapiente medita il tempo per maturare il suo spirito e poco gli importa dell’apparenza. Amici, viviamo nella Babele della superbia e della cocciutaggine. Sono leciti ormai video e documentari sulla violenza e sul sesso. La schifezza è la veste dei vip e dei potenti. Il cuore della società è sterile e non batte più sangue di onestà. Chi è più volgare ottiene consensi. Quanto è amaro questo fiele. L’orecchio della musica è ottenebrato di oscenità. Persino il festival di San Remo diventa l’icona della scemenza. L’audience è soltanto per gli ignoranti.

Io esco da questo tunnel delle tenebre. Il cuore sapiente medita la bellezza e l’orecchio attento è la forza del saggio. Io frequento la casa dei poveri, dove i giusti si rallegrano. Io frequento i saggi, disprezzati dai potenti, perché non a tutti è dato il dono di amare gli umili. Chi è umile, è saggio. Chi è libero dai conflitti di questa società malata di oscenità, non ha bisogno di consensi di trombe e di squilli di successo. Chi è libero dall’apparire, vive nella città della consapevolezza e gode delle cose di Dio. Chi è libero preferisce che il suo nome sia scritto nello spirito e non nei tabulati delle notizie false. Chi si è accostato al sapore della sapienza, non può che godere di ciò che il cielo annuncia. Chi è libero, non sceglie i primi posti per apparire. La sapienza non ha bisogno dell’altezza dell’apparire umano. L’umile non si vergogna di essere all’ultimo posto. Non si sentirà mai dire: “Amico, cedigli il posto!”. Il suo posto è là, dove si respira cultura e bellezza. Il suo posto è là, dove è più avanti la saggezza. Il suo posto è là, dove l’onore è fatto di spirito. Il suo posto è là, dove chi si umilia sarà esaltato. Il suo posto è là, dove la gioia è il sangue del suo cuore. Il suo posto è là, dove ha invitato poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarà beato perché non hanno da ricambiarti.

L’umile non ha bisogno dell’incenso della terra, si profuma l’anima con la stessa umiltà. Quando avverrà la risurrezione dei giusti? Non certo in questa melma di società. Non certo in questo tempo oscuro di cattiverie. Non certo in queste catene delle ingiustizie. Non certo in queste Mediaset di televisioni. La ricompensa è già nel cuore onesto. La ricompensa è già nella vita pacata, mite e gioiosa. La ricompensa è nel cuore dell’uomo saggio, cercato e amato oltre il tempo delle tenebre, oltre il tempo nudo di valori. La ricompensa è un albero di mandorlo fiorito, dopo ostili diluvi dell’inverso. La ricompensa è negli occhi degli umili, che brillano visioni estasiati di tranquillità e di pace. La ricompensa di un padre, sudato di fatica, è l’abbraccio di suo figlio a donargli il suo nipotino. La ricompensa è la semplicità della nostra stessa vita. La ricompensa è l’albero della felicità, senza panini e bicchieri di vino. L’umiltà è l’energia che genera la vita. Ancora una volta io entro nel monastero magico, per raccontarvi l’ape nera che impollina fiori di alberi buoni e fiori di rovi selvatici. Mi capita poi di gustare il miele che proviene dalle ambi parti e l’ape è felice di succhiare il nettare del sapore comune. Fossimo api nere a impollinare i buoni e i cattivi.

Paolo Turturro

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