lunedì, 7 Settembre 2026
Il Quotidiano di Palermo - Testata telematica registrata al Tribunale di Palermo n.7/2025 Direttore responsabile: Michele Sardo

Il successo dell’AfD è un avvertimento per tutta l’Europa. Opporsi non basta più, serve una mobilitazione politica e sociale fondata sui va

Il sonno della democrazia alimenta la nuova destra

La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt non è un incidente locale e non può essere liquidata come l’ennesima manifestazione del malessere della Germania orientale. Quel 43,8 per cento rappresenta il rumore di una diga che sta cedendo. È il segnale di un’Europa nella quale il nazionalismo, la xenofobia e l’autoritarismo non si nascondono più ai margini della società, ma si candidano apertamente a governarla.

Alternative für Deutschland non ha conquistato la maggioranza assoluta e potrebbe essere tenuta fuori dal governo regionale. Ma sarebbe consolatorio fermarsi all’aritmetica parlamentare. L’AfD ha già ottenuto un successo più profondo: ha imposto il proprio linguaggio, le proprie paure e i propri nemici al centro del dibattito pubblico. Ha trasformato migranti, rifugiati, minoranze, persone LGBT+, ambientalisti e istituzioni democratiche nei responsabili immaginari di una crisi prodotta invece dalle diseguaglianze, dalla precarizzazione del lavoro, dall’impoverimento dei servizi pubblici e dal fallimento di un modello economico incapace di distribuire ricchezza e sicurezza.

Il voto tedesco ci dice che la destra radicale non cresce soltanto perché è forte. Cresce perché la democrazia sociale è diventata debole, timida e spesso irriconoscibile. Cresce perché una parte della sinistra europea ha smesso di rappresentare il lavoro, ha accettato la progressiva privatizzazione dei diritti e ha sostituito la partecipazione popolare con il governo tecnico delle compatibilità. Cresce perché milioni di cittadini hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita senza trovare una forza politica capace di nominare le cause della loro insicurezza e di indicare un’alternativa credibile.

Quando la politica abbandona le periferie, arriva la destra. Quando rinuncia a organizzare il conflitto sociale, la rabbia viene deviata contro chi possiede ancora meno. Quando non difende salari, sanità, scuola e abitazione, il nazionalismo offre l’illusione di una protezione fondata sull’esclusione. Il povero viene convinto che il suo nemico sia un altro povero, il lavoratore precario che la minaccia sia il migrante, la famiglia in difficoltà che la causa dei propri problemi siano i diritti riconosciuti a un’altra famiglia.

È il più antico strumento delle destre reazionarie: dividere chi avrebbe interesse a unirsi

Il pericolo non consiste soltanto nell’eventuale ingresso dell’AfD in un governo regionale. Consiste nella normalizzazione delle sue idee. Espulsioni di massa, separazione scolastica dei figli dei rifugiati, repressione delle identità LGBT+, controllo politico della cultura e del servizio pubblico, nazionalismo educativo e ostilità verso l’integrazione europea non sono semplici proposte amministrative. Disegnano una società gerarchica nella quale lo Stato decide chi appartiene pienamente alla nazione e chi può essere tollerato soltanto a condizioni sempre più restrittive.

Non tutte le destre sono uguali e non ogni elettore conservatore è un estremista. Ma proprio questa distinzione impone di osservare con preoccupazione la progressiva resa della destra moderata davanti a quella radicale. Nel tentativo di sottrarle consensi, i partiti conservatori ne adottano il vocabolario, ne legittimano le ossessioni e ne trasformano le parole d’ordine in politiche pubbliche. Il confine arretra un poco alla volta, finché ciò che ieri appariva inaccettabile diventa materia ordinaria di governo.

Il rischio riguarda direttamente anche l’Italia. La nostra destra di governo tenta di presentarsi all’estero con il volto rassicurante della responsabilità atlantica ed europea, mentre in patria continua ad alimentare una cultura politica fondata sull’identità, sull’obbedienza e sulla ricerca del nemico. I migranti diventano invasioni, il dissenso un problema di ordine pubblico, le famiglie omogenitoriali un’anomalia, l’autodeterminazione delle donne una libertà da sottoporre a tutela, la povertà una colpa individuale.

Il restringimento dei diritti raramente avviene con un unico provvedimento clamoroso. È più facile che proceda attraverso una lenta erosione. Il diritto all’aborto rimane formalmente in vigore, ma diventa sempre più difficile esercitarlo. Le coppie omosessuali non vengono dichiarate fuorilegge, ma incontrano ostacoli nel riconoscimento dei figli. Il diritto di manifestare non viene cancellato, ma chi protesta viene sottoposto a nuove sanzioni. La libertà di stampa sopravvive, ma aumentano pressioni, querele e delegittimazioni. La magistratura resta indipendente, ma viene descritta come un nemico ogni volta che limita il potere politico.

È così che una democrazia può svuotarsi senza smettere formalmente di essere tale

A pagare il prezzo più alto sarebbero, ancora una volta, le persone più fragili. In Italia circa 5,7 milioni di cittadini vivono in povertà assoluta e quasi 1,3 milioni sono minori. Nel Mezzogiorno il rischio di povertà o esclusione sociale coinvolge più di una persona su tre e in Sicilia supera il 40 per cento. Milioni di lavoratori, pur avendo un’occupazione, non riescono a costruire una vita autonoma. Le persone con disabilità e le loro famiglie continuano a dipendere da servizi territoriali insufficienti. Gli anziani soli, i giovani senza patrimonio familiare e i cittadini delle aree interne conoscono ogni giorno la distanza tra i diritti proclamati e quelli realmente accessibili.

Di fronte a questa realtà, la destra propone una protezione selettiva. Non un welfare universale, ma un sistema che distingue tra meritevoli e colpevoli, italiani e stranieri, famiglie conformi e famiglie considerate irregolari. I diritti smettono di appartenere alla persona e diventano benefici concessi in base all’identità, al comportamento o all’appartenenza nazionale.

È l’esatto contrario della Costituzione italiana

La nostra Carta non nasce per organizzare il dominio della maggioranza. Nasce dalla sconfitta del fascismo e dalla consapevolezza che il potere, anche quando sostenuto dal consenso popolare, deve incontrare limiti invalicabili. L’articolo 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, non soltanto quelli del cittadino conforme alla maggioranza. L’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano concretamente libertà ed eguaglianza. L’articolo 21 difende la libertà di espressione. Gli articoli 32, 34 e 38 trasformano salute, istruzione e assistenza in diritti. L’articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di concorrere democraticamente alla vita politica.

La Costituzione non è un oggetto da celebrare il 25 aprile per poi dimenticarlo durante il resto dell’anno. È un programma politico ancora largamente inattuato. È radicale perché non si limita ad affermare l’eguaglianza davanti alla legge, ma impone alla Repubblica di costruirne le condizioni materiali. Non chiede soltanto allo Stato di non discriminare. Gli ordina di intervenire contro le diseguaglianze che rendono la libertà un privilegio.

Per questo la risposta alla nuova destra non può essere affidata soltanto ai tribunali, ai vincoli europei o agli accordi parlamentari. Il cordone sanitario può impedire temporaneamente a una forza radicale di governare, ma non può cancellare le ragioni del suo consenso. Una democrazia difesa esclusivamente attraverso procedure e divieti è una democrazia già sulla difensiva.

Serve un risveglio politico, sociale e culturale. Un risveglio democratico che non abbia paura di essere partigiano, perché la Costituzione stessa è partigiana quando sceglie il lavoro contro il privilegio, l’eguaglianza contro la discriminazione, la solidarietà contro l’egoismo, la pace contro il nazionalismo e la dignità umana contro ogni forma di sopraffazione.

La politica deve tornare a meritare il proprio nome. Deve smettere di amministrare con maggiore gentilezza lo stesso modello che ha prodotto precarietà, bassi salari e diseguaglianze. Deve proporre un salario minimo dignitoso, rafforzare la contrattazione collettiva, combattere il lavoro povero, restituire risorse alla sanità e alla scuola pubblica, garantire il diritto all’abitazione, finanziare la non autosufficienza e costruire servizi realmente accessibili per le persone con disabilità.

Deve tornare a parlare di redistribuzione della ricchezza, fiscalità progressiva e potere dei lavoratori. Non può continuare a chiedere sacrifici a chi vive del proprio salario mentre accetta come inevitabili rendite, grandi patrimoni, evasione fiscale e concentrazioni economiche.

Deve anche sottrarre alla destra il monopolio della parola sicurezza. Esiste una sicurezza democratica che non ha bisogno di individuare capri espiatori. È la sicurezza di poter camminare liberamente nel proprio quartiere, ma anche quella di non perdere la casa, di ricevere una cura senza attendere mesi, di non essere licenziati con un messaggio, di non dover scegliere tra pagare una bolletta e comprare i libri scolastici ai propri figli.

Anche l’immigrazione deve essere governata senza rimozioni e senza propaganda. Servono canali legali d’ingresso, procedure d’asilo rapide, controllo del territorio, lotta al caporalato e allo sfruttamento, integrazione linguistica e responsabilità condivisa a livello europeo. La legalità non appartiene alla destra e l’accoglienza non significa assenza di regole. Significa costruire regole rispettose della dignità umana.

Le forze politiche, moderate e progressiste, devono infine rifiutare la falsa contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili. Non può scegliere tra il lavoratore precario e il migrante, tra il pensionato e la famiglia omogenitoriale, tra il salario e l’autodeterminazione delle donne. La stessa concentrazione del potere che impoverisce il lavoro rende discriminabili le minoranze. Difendere gli uni abbandonando gli altri significherebbe accettare la logica divisiva della destra.

Il risveglio democratico deve cominciare dai territori. Dalle periferie, dalle fabbriche, dalle università, dalle scuole, dai piccoli comuni e dalle aree interne. Servono partiti nuovamente abitabili, sindacati capaci di rappresentare il lavoro frammentato, associazioni sostenute anziché sospettate, giornali indipendenti e una scuola che educhi al pensiero critico. Serve una nuova partecipazione popolare, pacifica ma determinata, capace di trasformare l’indignazione in organizzazione democratica.

La vittoria dell’AfD ci avverte che il tempo dell’attesa è finito. Non basta sperare che la destra radicale si logori davanti alle proprie contraddizioni. Non basta evocare il fascismo ogni volta che si avvicinano le elezioni. Bisogna impedire che la paura diventi il principio ordinatore della società e che la solitudine venga trasformata in odio.

La democrazia non si difende soltanto conservando le istituzioni. Si difende facendo in modo che ogni cittadino possa riconoscere in quelle istituzioni uno strumento di emancipazione. Dove la Repubblica abbandona, la destra radicale recluta. Dove i diritti restano promesse, il rancore prende il posto della speranza.

È dunque necessario tornare alla Costituzione non come rifugio retorico, ma come progetto rivoluzionario e concreto. Rimuovere gli ostacoli, redistribuire il potere, liberare le persone dal bisogno, proteggere ogni minoranza e restituire dignità al lavoro.

Questo è il compito di tutte le forze politiche che si professano sinceramente demcoratiche. Questo è il terreno sul quale deve rafforzarsi la democrazia. E questa è la risposta che l’Italia di oggi e di domani deve avere il coraggio di opporre all’avanzata della nuova destra.

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