I misteri sono verità in penombra che il tempo ed il silenzio accompagnano nella totale oscurità. A quasi 19 anni dalla scomparsa di Antonio Maiorana e del figlio Stefano, il buio continua ad avvolgere ciò che è avvenuto dopo l’ultimo avvistamento datato 3 agosto 2007, in un cantiere di Isola delle Femmine.
Ma in questi giorni è pervenuta in Procura una richiesta per stimolare la riapertura delle indagini. La volontà di far luce è condensata nell’appello di Rossella Accardo, ex moglie e madre dei Maiorana: «Non è solo la storia di una sparizione – dice a gran voce a QdP – piuttosto è un voler tracciare una linea di demarcazione su un passato che ha visto tante incertezze. Finché avrò un alito di vita non mi fermerò più, voglio consegnata la verità».
La memoria depositata ieri dal suo avvocato Giacomo Frazzitta è soltanto l’approdo momentaneo di una storia umana e processuale che ha visto alternarsi colpi di scena e brusche frenate. Prima il ritrovamento dell’auto di Maiorana nel parcheggio dell’aeroporto di Palermo, che aveva lasciato ipotizzare una partenza improvvisa, salvo poi portare ad una prima archiviazione. Dopodiché, nel 2018, la ripresa delle investigazioni ed il vaglio della pista del possibile ricatto a sfondo sessuale al costruttore Francesco Paolo Alamia. Successivamente, la suggestione del collegamento con la latitanza di Messina Denaro, e, da ultimo, l’ulteriore ordinanza del gip che nel maggio del 2021 ha richiuso il fascicolo.
Dopo aver anticipato le sue intenzioni in diretta televisiva al programma “Chi l’ha visto?” lo scorso 19 novembre, adesso Rossella Accardo è tornata ad esigere, se non la verità, un sforzo concreto delle istituzioni per raggiungerla.
Sulle ragioni ed il processo che l’hanno indotta a sollecitare nuovamente gli inquirenti, ha spiegato: «Nel 2021, quando hanno archiviato le indagini, io avevo quasi accettato che la verità non dovesse essere scoperta. Pensavo che in mezzo ci fossero i poteri forti. La meditazione ed un cammino di fede mi hanno aiutato a trovare la forza. Da lì ho iniziato la mia attività: ho dato vita alla fondazione Marco e Stefano Maiorana; ho delineato il progetto del “Bosco alla memoria delle vittime di mafia dimenticate” a Casteldaccia; infine, ho deciso di sospingere di nuovo la Procura a riaprire le indagini, grazie anche alla sensibilità di un ragazzo messinese di 22 anni (Giuseppe Cardile, ndr) che ha lanciato una petizione online.
Quindi – continua l’ex moglie di Maiorana – ho cercato l’Avvocato Frazzitta e ci siamo incontrati il giorno di presentazione della fondazione a Palazzo dei Normanni. Ho avuto modo anche di parlare con il Procuratore capo De Lucia che ha manifestato l’intenzione di ricevere la memoria dell’avvocato. Mi ha detto di non potermi garantire la verità ma che saranno compiuti tutti gli sforzi per cominciare a ricercarla».
A proposito dei nuovi elementi che potrebbero convincere la Procura a chiedere l’autorizzazione per tornare sul caso, la Accardo sottolinea come la latitanza di Messina Denaro (su cui stanno indagando parallelamente i magistrati, ndr) possa nascondere la chiave della scomparsa: «Antonio aveva immaginato di realizzare un albergo di lusso nel territorio di Messina Denaro, a Campobello di Mazara. Anche a fronte del fatto che la sua compagna del tempo (l’argentina Karina Andrè Gabriela, ndr) raccontava di aver avuto frequentazioni con Denaro, questo potrebbe avergli permesso di interloquire in maniera più celere e ravvicinata con il boss e riceverne tutte le benedizioni per realizzare un’opera di questa portata, ossia per fare in modo che il cantiere potesse andare avanti senza pressioni di sorta. Motivo per cui, trovare parallelismi ed incastri tra ciò che faceva Messina Denaro in quel periodo a Castelvetrano e Campobello di Mazara potrebbe essere foriero di nuovi spunti investigativi».
Quanto al movente del ricatto a lungo ventilato, ci ha rivelato: «Ammesso che vi fosse stato, è improbabile che il video utilizzato per estorcere denaro sia stato girato da un uomo. A mio avviso, può essere stata soltanto una donna, che doveva essere presente a quell’incontro di dubbia moralità. Escludo, dunque, che il padre dei miei figli abbia potuto orchestrare il tutto; tuttavia, pur non essendo il principale autore, Antonio potrebbe essere stato un complice, e siccome era lui ad alzare la voce e a minacciare di mandare tutti in galera e di diffondere notizie compromettenti ai giornali, qualcuno avrebbe potuto avere interesse a farlo tacere.
Piuttosto – conclude – mi concentrerei su dei documenti portati a casa dei miei suoceri da qualcun altro, dicendo di custodirli segretamente perché avrebbero potuto mandare gente in galera. Salvo poi sottrarli dopo tempo e portarli con sé. Non si sa cosa fosse contenuto in quelle carte. Tutto questo nonostante la persona in questione neghi di essersene riappropriata. Anche un bambino capirebbe quale sia stata la sorte di questi documenti: qualcuno interessato agli stessi, perché magari compromettenti, avrebbe fatto di tutto per riottenerli. Quei documenti sono un po’ come l’agenda rossa di Borsellino».
Le sorti della vicenda Maiorana, dunque, sono rimesse di nuovo alla Procura, che dovrà convincere il gip dell’esistenza di nuove e decisive fonti di prova per riannodare le fila, ancora una volta, di questo ingarbugliato mistero. Nella speranza, come ha auspicato la Accardo, che l’ombra del tempo e del silenzio sia dissipata e che «un’altra Sicilia sorga, perché se pure è la terra del Sole, la luce non ha avuto la meglio. Il mio impegno è per far sorgere realmente il sole, scegliendo finalmente l’onestà, la trasparenza e la legalità».


