Ci sono vicende che continuano a dividere anche a distanza di anni. Quella di Fabrizio Miccoli è una di queste. A Palermo basta pronunciare il suo nome per riaprire una ferita che sembra insanabile: da una parte chi ricorda il capitano che ha scritto pagine importanti della storia rosanero, dall’altra chi non riesce, e forse non vuole, dimenticare quelle parole gravissime pronunciate nei confronti della memoria del giudice Giovanni Falcone.
Il punto, però, non è stabilire chi abbia ragione tra chi applaude e chi fischia. Il punto è un altro: capire quale idea di giustizia vogliamo difendere. Perché se il principio è che una persona debba essere condannata per sempre, anche dopo aver affrontato un processo, subito una sentenza definitiva e scontato la propria pena, allora stiamo sostenendo qualcosa di molto diverso dalla giustizia. Stiamo sostenendo l’ergastolo morale. E questo non è ciò che prevede uno Stato di diritto.
Nessuno può chiedere ai palermitani di dimenticare. Nessuno può pretendere che venga cancellata l’indignazione provocata da quelle espressioni che ferirono profondamente Palermo, cresciuta nel nome del sacrificio di Falcone e Borsellino. La memoria non va cancellata, né riscritta. Ma memoria e condanna perpetua non sono la stessa cosa.
Miccoli è stato giudicato dai tribunali. È stato condannato. Ha conosciuto il carcere. Ha pagato un prezzo umano, professionale e mediatico enorme. Soprattutto, ha dovuto convivere con un marchio che probabilmente lo accompagnerà per tutta la vita. La domanda è: cosa dovrebbe fare ancora per dimostrare il proprio pentimento?

Per molti la risposta sembra essere semplice: nulla, perché certi errori sono imperdonabili. È una posizione comprensibile sul piano emotivo, ma estremamente fragile sul piano civile. Se infatti esistono persone alle quali non sarà mai riconosciuta alcuna possibilità di cambiamento, allora la funzione rieducativa della pena diventa una formula vuota. A quel punto il carcere non serve a recuperare, ma soltanto a punire.
Eppure proprio Palermo è la città che più di tutte dovrebbe comprendere il valore della scelta tra vendetta e legalità. Lo ha dimostrato la stessa famiglia Falcone. L’incontro tra Miccoli e Maria Falcone non ha cancellato il passato, ma ha rappresentato qualcosa di molto più importante: il riconoscimento di un percorso di consapevolezza e di responsabilità. Un gesto che non pretende di assolvere, ma che invita a guardare oltre l’errore.
Chi oggi contesta l’evento del Barbera ha naturalmente il diritto di esprimere il proprio dissenso. È legittimo. Ma dovrebbe interrogarsi su un aspetto fondamentale: se perfino chi custodisce la memoria di Giovanni Falcone ha scelto la strada del confronto e non quella della demonizzazione perpetua, perché la città dovrebbe sentirsi autorizzata a essere più inflessibile delle vittime stesse?
L’ultima partita di Miccoli non è stata la celebrazione di un uomo senza macchie. È stata semmai la rappresentazione di una verità spesso scomoda: gli esseri umani sbagliano, talvolta in modo grave, ma una comunità democratica si misura dalla capacità di distinguere tra l’errore commesso e la persona che prova a rimediare.
Anche la destinazione benefica dell’evento va letta in questa chiave. Non come un’operazione d’immagine, come qualcuno sostiene, ma come un segnale concreto: trasformare una pagina dolorosa in un’opportunità per la collettività. Perché il riscatto autentico non passa dalle parole, ma dai fatti. Si può continuare a non amare Miccoli. Si può scegliere di non applaudirlo. Si può persino ritenere insufficiente il suo percorso. Quello che non dovrebbe essere accettato è l’idea che una persona, una volta caduta, debba rimanere a terra. Per sempre.



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