Vent’anni Palermo possono essere tante cose insieme. Una città in cui crescere, studiare, uscire, innamorarsi e immaginare il futuro. Ma anche una città che, quando arriva il momento di cercare un lavoro o conquistare un po’ di autonomia, può mettere davanti ai giovani più di qualche ostacolo.
A raccontare Palermo, con gli occhi di due poco più che 20enni, sono Alessandro Ganci e Sofia Cangemi, due giovani con percorsi diversi, ma alle prese con alcune delle stesse amletiche domande: restare o partire? Studiare qui o cercare altrove? Quanto pesa il lavoro sulle proprie scelte? E soprattutto: Palermo può davvero diventare il posto in cui costruire la propria vita?
Per Alessandro, 24 anni, «non è facilissimo essere ventenne a Palermo in questo momento storico. Penso – dice il giovane – che la città abbia una seria carenza di spazi di aggregazione, pubblici e privati, e che le istituzioni non si muovano in tal senso per restituire o dare spazi a noi».
Ma il problema non riguarda soltanto il tempo libero. «Anche lavorativamente parlando non è facile – racconta -. Più volte mi sono messo d’impegno nel cercare qualche impiego (anche part time) per darmi più autonomia economica ma non si trova nulla se non a condizioni davvero difficili. Mettere insieme un piccolo guadagno ed equilibrare lavoro/studio e attività ricreative (banalmente cercare il “che fare”) sembra sempre una sfida abbastanza pesante».
Anche Sofia, 21 anni, parla di una città fatta di contrasti. «Essere ventenne a Palermo è un’esperienza contrastante – ammette -. Dal punto di vista sociale definirei calorosi e accoglienti le persone della mia città, da altri punti di vista è una città un po’ lenta, fatta di disorganizzazione che spesso limita molto i miei coetanei».
Lo studio c’è, il lavoro è il problema
Se c’è un ambito nel quale entrambi riconoscono a Palermo delle possibilità, è quello della formazione.
«Secondo me, dal punto di vista scolastico sì, Palermo offre buoni percorsi di studio, come nel campo universitario ad esempio – spiega Sofia -. Il problema, però, arriva nel momento in cui ci affacciamo al mondo del lavoro. A Palermo le opportunità ci sono ma spesso sono basate sulla convenienza del datore di lavoro».
Anche Alessandro distingue nettamente i due aspetti. «Il lavoro mi sembra l’aspetto più debole, soprattutto per chi cerca impieghi velocemente e di breve periodo. Dall’altro lato penso che per studiare Palermo sia una buona città. Permane l’aspetto delle attività ricreative, però la città rimane bella, con prezzi tutto sommato accessibili e più bassi rispetto al resto d’Italia. Offre un clima mite e possibilità di godere di paesaggi naturali meravigliosi a poca distanza dalla città».
E anche sull’università il giudizio è positivo, pur con qualche riserva. «L’università, checché se ne dica, con tutti i problemi che ha, forma talenti e dispone di un grande campus con strutture anche belle, e una docenza che spesso può essere di grande qualità».
Il confronto con il resto d’Italia, però, secondo Alessandro resta evidente. «Per me soffre un po’ il paragone con gli atenei del nord quando si parla di reti di contatti con il tessuto imprenditoriale ed accademico a livello globale, però ci si può lavorare».
Restare, ma a quali condizioni?
È qui che la domanda sul futuro diventa inevitabilmente una domanda sulla possibilità di restare.
Sofia non nasconde che l’idea di andare via esista. «La speranza di rimanere c’è, lasciare la famiglia e la propria terra lascia sempre un vuoto nel cuore, però se penso obiettivamente alle opportunità lavorative che offrono all’estero è naturale scendere a compromessi sulla stabilità lavorativa».
Anche le condizioni economiche pesano sulle sue scelte. «Assolutamente sì – risponde Sofia -. Dipende che tipo di lavoro e anche in base alle ore, gli stipendi non sono tanto alti e di conseguenza purtroppo non si può fare granché».
Alessandro, invece, ha una formazione che guarda già oltre i confini della città. Ha studiato Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale e ora frequenta una doppia magistrale tra Economia applicata e Sviluppo e Cooperazione. Il suo percorso, spiega, ha una «vocazione molto internazionale» e potrebbe portarlo a lavorare fuori Palermo.
«Da questo punto di vista è chiaro che la mia professione potrebbe portarmi spesso fuori, in maniera alternata o permanente, però se potessi conciliare questa propensione che ho verso l’estero e la vocazione per lavorare in progetti che abbiano un reale riscontro sociale, Palermo non mi dispiacerebbe come città dove vivere. D’altronde è la città in cui sono cresciuto e dove vorrei poter costruire qualcosa di stabile nella mia vita. È tutto un forse, dovrei poter trovare qualche impiego che mi permetta di fare queste cose in maniera abbastanza equilibrata. Difficilotto».
La politica: chi prova a cambiarla e chi non si sente rappresentato
Anche il rapporto con le istituzioni racconta due atteggiamenti differenti.
Alessandro è una persona politicamente impegnata e fa parte di una giovanile di partito a Palermo. «Sono una persona molto politica e politicamente esposta. Non si può e non si deve essere apolitici: al massimo si può essere apartitici, ovvero distanti dai singoli partiti. In ogni caso a me piace aver trovato una comunità politica di riferimento che crede nel cambiamento di questa città».
«Purtroppo – aggiunge Ganci – è difficile poterlo concretizzare, le istituzioni sono spesso molto ferme. Le assemblee di comune e regione sembrano essere due luoghi dove si fa a gara a chi è più assenteista e a chi si prende meno responsabilità, prendendo infine poche decisioni e con un indirizzo politico abbastanza discutibile. Per il resto mi sento parte della città e sarebbe impossibile non sentirsi tale, spero di poter essere più incisivo da questo punto di vista in futuro».
Sofia vive invece un rapporto molto più distante con la politica. «Non mi sento molto rappresentata dalle istituzioni, non parlo soltanto di Palermo ma in generale dalla politica italiana», dice. E aggiunge «Penso che con l’attuale governo non ci sia molto spazio per i giovani».
A trent’anni, tra famiglia e paura del futuro
Poi c’è la domanda che forse più di tutte mette davanti all’incertezza: come questi giovani palermitani si immaginano tra dieci anni?
Sofia non nasconde di avere paura. «Il futuro mi spaventa, mi sto impegnando all’università per questo, proprio per cercare di assicurarmi un futuro».
«Spero di avere una famiglia in futuro, nonostante sia preoccupata delle generazioni future che già ad oggi fanno discutere. Ricordiamo tutti i femminicidi o giovani che girano armati. Ho esperienza ogni giorno con ragazzini che già in età precoce sentono il bisogno di sentirsi grandi: sono docente esperta in una scuola professionale e purtroppo sento ogni giorno esperienze di alcune mie alunne».
Alessandro, invece, sembra non avere grosse paure: «Non mi spaventa tanto il futuro, almeno non quello mio personale. Mi preoccupa a livello generazionale, collettivo diciamo, come società e umanità. Sento però che il mio futuro è ricco di sfide ed esperienze che sono pronto ad accettare, mi stimola diciamo, piuttosto che spaventarmi».
E una famiglia? Sì, anche per lui è un desiderio. «Beh sì idealmente mi piacerebbe poter costruirmi una famiglia un giorno. Non so se 30 anni è una meta realistica per pensare a un obiettivo del genere, perché mi sembra che le scelte di questo tipo oggi vadano tardando sempre di più negli anni. Però sì, mi piacerebbe, magari qui a Palermo. Non so a che condizioni, né in che modo, però diciamo utopisticamente se potessi meccanicamente manipolare tutte le variabili della mia vita, forse sì».


