Il Vibrio vulnificus, conosciuto anche come batterio “mangiacarne”, torna sotto i riflettori per la sua capacità di provocare infezioni anche molto gravi. L’attenzione riguarda anche lo Stretto di Messina, dove una ricerca condotta 21 anni fa dall’Università di Messina aveva già individuato il microrganismo nel plancton e nelle acque della zona.
A rilanciare la notizia è la Gazzetta del Mezzogiorno, mentre negli Stati Uniti cresce la preoccupazione per l’aumento delle infezioni. Il batterio trova infatti condizioni favorevoli nelle acque calde. Può rappresentare un rischio soprattutto per chi entra in mare con ferite o consuma frutti di mare crudi o poco cotti.
Nei casi più gravi, l’infezione può provocare conseguenze molto serie. Tra cui la fascite necrotizzante, una patologia che può compromettere rapidamente i tessuti.
Negli Stati Uniti i dati più recenti confermano l’attenzione delle autorità sanitarie. Al 30 luglio, il Dipartimento della Salute della Florida aveva registrato 12 casi di infezione e un decesso nella contea di Palm Beach. Il bilancio aveva raggiunto 33 casi e 5 morti nel 2025, mentre nel 2024 le infezioni erano arrivate a 82, con 19 decessi, secondo i dati del Florida Department of Health.
La presenza del Vibrio vulnificus nello Stretto non rappresenta quindi una scoperta recente: lo studio condotto oltre vent’anni fa dall’ateneo messinese aveva già documentato la presenza del batterio nell’ambiente marino. L’aumento delle temperature delle acque e dei casi registrati in alcune aree degli Stati Uniti mantiene però alta l’attenzione sul microrganismo.



