È morto a 94 anni Bruno Contrada. Ex funzionario di Polizia e già numero tre del Sisde, il servizio segreto civile italiano, negli anni più drammatici della guerra di mafia a Palermo. La sua figura è stata per decenni al centro di una delle vicende giudiziarie più controverse della storia recente del Paese.
Il nome di Contrada è rimasto legato a un lungo e complesso iter processuale che ha diviso opinione pubblica e mondo politico. Tra questi chi lo considerava vittima di un errore giudiziario e chi invece riteneva fondate le accuse nei suoi confronti. Nel corso della sua carriera, che si è svolta in buona parte negli anni segnati dallo scontro tra Stato e Cosa nostra, ha ricoperto incarichi di primo piano nelle forze di sicurezza.
Nel 2007 era stato condannato in via definitiva a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Contrada aveva scontato otto anni di pena tra carcere e detenzione domiciliare, una vicenda che ha inciso profondamente sulla sua vita e sulla percezione pubblica della sua figura.
Negli anni successivi la sua storia giudiziaria ha però avuto una svolta. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che, al momento dei fatti contestati, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non fosse sufficientemente definito nell’ordinamento italiano. Da quella decisione è derivata la revoca della condanna e il riconoscimento di un risarcimento nei confronti dell’ex poliziotto.
La parabola giudiziaria di Bruno Contrada è rimasta uno dei casi più discussi nel dibattito sul rapporto tra apparati dello Stato e criminalità organizzata. Con la sua morte si chiude una vicenda personale e giudiziaria che ha attraversato alcuni dei momenti più delicati della storia italiana contemporanea.




