C’è un filo che unisce Palermo a Roma, il presente della serialità italiana alla memoria più dolorosa del Novecento. È il filo che passa dal volto e dalla voce di Vincenzo Ferrera, attore palermitano amato dal grande pubblico per il ruolo dell’educatore Beppe in Mare Fuori, e che ora torna in prima serata su Rai 1 con una storia radicalmente diversa, ma altrettanto necessaria.
Ferrera è tra i protagonisti di Morbo K – Chi salva una vita salva il mondo intero, la miniserie evento in onda martedì 27 e mercoledì 28 gennaio, scelta dalla Rai per celebrare la Giornata della Memoria. Una produzione che mette al centro una vicenda poco conosciuta, realmente accaduta durante l’occupazione nazista di Roma, quando la medicina divenne strumento di resistenza civile e umana.
Diretta da Francesco Patierno, la serie racconta l’invenzione del cosiddetto “Morbo di K”, una malattia fittizia, contagiosissima e mortale solo sulla carta, ideata da un gruppo di medici dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. Una bugia costruita con rigore scientifico e coraggio morale per sottrarre decine di ebrei romani alla deportazione. Bastava un sintomo, una diagnosi, un reparto isolato per trasformare un ospedale in un rifugio e la paura dei nazisti in un’arma contro se stessi.
In questo contesto Ferrera si inserisce con un ruolo che segna un ulteriore passaggio nella sua carriera, sempre più orientata verso personaggi complessi, capaci di incarnare un’idea di responsabilità e di scelta. Dopo aver dato volto all’umanità ferita e ostinata dell’educatore di Mare Fuori, l’attore palermitano si muove ora dentro una storia dove la posta in gioco non è solo individuale, ma collettiva, e dove ogni gesto può significare vita o morte.
Accanto a lui, nel cast, Giacomo Giorgio, Marco Fiore, Dharma Mangia Woods, Christoph Hulsen e Flavio Furno, con la partecipazione del compianto Antonello Fassari e quella straordinaria di Luigi Diberti. Un ensemble che dà corpo a una Roma soffocata dall’occupazione, dove la morsa sul ghetto si stringe giorno dopo giorno e la clandestinità diventa l’unico spazio possibile per la speranza.

Dentro il racconto trova spazio anche una storia d’amore fragile e pericolosa, quella tra Silvia Calò, giovane ebrea dal talento artistico luminoso, e Pietro Prestifilippo, assistente medico diviso tra un sentimento autentico e un destino imposto dalla famiglia. Un amore che cresce mentre tutto intorno crolla, legato a doppio filo alla Resistenza e alle scelte di chi, come i medici del reparto K, decide di non voltarsi dall’altra parte.

Morbo K non è solo una rievocazione storica, ma una riflessione sul significato profondo della parola “salvare”. Salvare non come gesto eroico isolato, ma come atto quotidiano di intelligenza, solidarietà e disobbedienza morale. Ed è anche un ulteriore segnale della maturità artistica di Vincenzo Ferrera, che da Palermo porta in prima serata una storia italiana che parla al presente, ricordando che la memoria non è mai un esercizio passivo, ma una responsabilità attiva.





