Dopo quasi dieci anni trascorsi dietro le sbarre del carcere Ucciardone di Palermo, per Alaa Faraj si riaprono finalmente le porte della libertà. La Corte d’Appello di Messina ha disposto la scarcerazione del giovane libico, accogliendo la richiesta di revisione del processo che lo aveva condannato a trent’anni di reclusione con l’accusa di essere uno degli scafisti coinvolti nella tragedia del 15 agosto 2015, in cui morirono soffocati 49 migranti nella stiva di un peschereccio diretto verso le coste italiane.
Una vicenda giudiziaria lunga, dolorosa e controversa, che negli anni ha sollevato interrogativi profondi non soltanto sul sistema investigativo e processuale, ma anche sul modo in cui l’Europa guarda ai migranti, spesso trasformati rapidamente da vittime in colpevoli.
Alaa, fin dal primo giorno, ha sempre proclamato la propria innocenza. Ha sostenuto di essere un semplice passeggero, uno dei tanti giovani in fuga dalla Libia, non un trafficante di esseri umani. Eppure quelle parole, per anni, si sono perse nel rumore delle emergenze, delle paure e delle cronache sui barconi.
Nel 2016 arrivò la pesantissima condanna. Poi il carcere. Lunghi anni trascorsi tra celle, udienze, silenzi e speranze mai completamente spente.
Nel frattempo, però, la sua storia ha iniziato lentamente a uscire dalle mura del penitenziario. A Palermo, nel carcere dell’Ucciardone, Alaa ha incontrato volontari, docenti, educatori. Ha studiato l’italiano, ha letto, scritto, raccontato se stesso. Da quell’esperienza è nato anche il libro “Perché ero ragazzo”, scritto insieme ad Alessandra Sciurba, testimonianza intensa di un ragazzo che chiedeva prima di tutto di essere ascoltato.
Nel suo percorso di detenzione, Alaa ha frequentato anche un corso professionale dell’INFAOP di Palermo, esperienza che lui stesso aveva raccontato come uno dei pochi momenti in cui era riuscito a sentirsi guardato non come un numero di matricola, ma come una persona. Un dettaglio apparentemente piccolo, ma che restituisce il senso profondo della funzione rieducativa che il carcere dovrebbe sempre avere.
Negli anni attorno alla sua vicenda si è creato un fronte umano e civile sempre più ampio. Intellettuali, giuristi, religiosi e associazioni hanno chiesto di rileggere quel processo, evidenziando dubbi, incongruenze e fragilità investigative. Tra coloro che hanno espresso vicinanza anche Luigi Ciotti, l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice e il giurista Gustavo Zagrebelsky.
Un primo segnale era arrivato con la grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva ridotto significativamente la pena riconoscendo il valore umano e il percorso compiuto da Alaa durante la detenzione.Oggi, con la revisione del processo e la scarcerazione, quella vicenda assume un significato ancora più profondo.
Perché nessuna decisione potrà restituire a un uomo quasi dieci anni della propria vita. Non restituirà la giovinezza perduta, gli affetti lontani, il tempo consumato aspettando che qualcuno tornasse ad ascoltare la sua voce.
Ma questa storia lascia una domanda che va oltre il singolo caso giudiziario: quanto è sottile il confine tra giustizia e errore quando si giudicano vite già schiacciate dalla disperazione? Alaa Faraj oggi torna libero.
E insieme alla sua libertà torna anche il dovere, per tutti, di interrogarsi.

