lunedì, 5 Ottobre 2026
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Le interviste

Riforma delle Comunioni, commercianti palermitani: «Chiediamo solo di essere ascoltati»

La riforma delle Comunioni a Palermo sta già producendo conseguenze sul lavoro di commercianti e professionisti coinvolti nel settore. A denunciarlo sono gli stessi operatori, che si sono incatenati stamani davanti alla Curia. I manifestanti raccontano un calo degli affari, perdite significative e il timore che la fase di transizione possa mettere in difficoltà numerose attività e i loro dipendenti.

Giovanni Felice, presidente di Confimprese, chiarisce subito il punto centrale della protesta. «Noi non abbiamo mai criticato la riforma o il suo principio. La questione riguarda la sua attuazione e soprattutto la fase di transizione. Ci rendiamo conto che è un progetto che rimane nell’albo dei desideri, perché poi non ci sono gli strumenti per attuarlo».

«Ieri siamo stati oggetto di un’omelia in qualche chiesa, dopo la ramanzina contro i ribelli. Ma poi si scopre che le chiese non hanno né i locali né i docenti per portare avanti la riforma. Perché non trovare una soluzione?» continua il presidente.

A preoccupare maggiormente gli operatori sono le conseguenze economiche. A raccontare la situazione è il titolare di un’azienda che produce confetti. «Il settore è vastissimo. Nella nostra azienda abbiamo dieci persone iscritte e siamo preoccupati, così come lo sono i nostri collaboratori. In un anno abbiamo perso più del 30%. È una perdita non indifferente».

La richiesta, spiegano i commercianti, non è quella di fermare il cambiamento, ma di poter partecipare al confronto e trovare una soluzione che consenta alle attività di affrontare la transizione senza mettere a rischio il lavoro. «Chiediamo solo di essere ascoltati, ma a oggi non abbiamo avuto nessuna risposta», aggiunge l’imprenditore.

Tra i settori maggiormente colpiti c’è anche quello fotografico. Un fotografo, vestito in maniera provocatoria da Prima Comunione, racconta di aver registrato «un calo incredibile» e lancia un appello. «Noi chiediamo di lavorare ora, non tra cinque anni, quando i bambini saranno già grandi».

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