Palermo ha vissuto un’altra notte di tensione. In via La Lumia una ragazza di 21 anni è stata ferita alla testa da un colpo di pistola esploso durante una rissa. I carabinieri hanno arrestato un ventitreenne, individuato grazie ai video. Non convincono i silenzi del giovane sul reperimento dell’arma: ha dichiarato di aver sparato “per paura”, colpendo accidentalmente la giovane, ora fuori pericolo. Ancora sangue e movida fuori controllo. E fioccano le richieste dei residenti, che denunciano da tempo una situazione insostenibile.
Nelle stesse ore, dalla zona Tribunali-Castellammare arriva una nuova lettera: nel giorno dedicato a Falcone, la Vucciria è tornata a essere terra di nessuno, tra musica ad alto volume, droga e attività abusive fino all’alba. “Appena i controlli si allentano, il degrado riprende”, scrivono i cittadini. Si sottolinea l’inefficacia di azioni eccezionali che non generano alcuna stabilità sul territorio.
Sul fronte investigativo, un’operazione antimafia ha portato a 26 arresti, ricostruendo un traffico di cocaina gestito anche da detenuti al 41 bis tramite comunicazioni criptate su Signal. Allo Zen, invece, i controlli straordinari hanno portato al sequestro di armi, droga e denaro, oltre a sanzioni per gravi irregolarità igieniche in due esercizi commerciali e per furto di energia elettrica.
Grave anche l’aggressione al pronto soccorso dell’ospedale Cervello, dove un’infermiera è stata colpita alla testa con un’asta porta flebo da un gruppo di persone che accompagnavano un paziente. La polizia è intervenuta con difficoltà per riportare la calma. Al Cep, qualche giorno dopo l’omicidio di Placido Barrile, un incendio doloso ha distrutto i mezzi di una ditta edile. A poca distanza dal luogo della sparatoria che ha ucciso il pregiudicato con cinque colpi di pistola. Il timore di un collegamento tra i due fatti non è campato in aria, con un ritorno ad una recrudescenza della violenza criminale in strada che fa paura.
Tutti episodi che convergono su un’unica parola chiave: sicurezza. E, come già espresso, “la solidarietà non basta più”; appare inoltre fuorviante la narrazione rassicurante da parte delle istituzioni. Palermo non è una città sicura e urge un’azione coordinata e continua tra istituzioni, forze dell’ordine e comunità locale, con un presidio del territorio che non sia più emergenziale, ma costante e resiliente.
La recente mobilitazione per la piccola Alessia dimostra che la città, fatta di persone, è viva e pronta a reagire, mentre l’azione dello Stato oggi non riesce a tenere il passo. E attenzione: la criminalità, capace di adattarsi e riorganizzarsi rapidamente, trova spazio nei vuoti lasciati dallo Stato, nelle inefficienze della giustizia e nella scarsa valorizzazione degli spazi aggregativi.
Molti giovani, privi di riferimenti e segnati dalla povertà sociale, diventano strumenti nelle mani dei boss, alcuni dei quali tornati in libertà dopo aver “pagato il proprio debito con la giustizia”. Un debito che, sul piano morale, resta aperto finché non si avvia un autentico percorso di pentimento e collaborazione.
I fatti confermano che la responsabilità della deriva sociale non ricade solo sulla criminalità, ma anche su chi è chiamato a governare, amministrare la giustizia e gestire le risorse pubbliche. Solo quando burocrazia, diritto e senso civico torneranno a essere pilastri solidi, la mafia, con tutta la deriva sociale che si porta dietro, potrà diventare ciò che deve essere: una pagina nera della storia, una montagna di merda, quel puzzo del compromesso da cui Palermo, come ogni città siciliana, non vuole più farsi contaminare.

