I giudici hanno condannato a quattro anni di reclusione l’ex titolare dei bar Chantilly, Michele Giandalone, per bancarotta documentale legata al fallimento delle sue aziende, Chantilly srl e Chantilly 2 srl. Le autorità avevano già confiscato le due società, che gestivano i celebri bar-pasticceria in viale Strasburgo e all’interno del centro commerciale Città Mercato.
La quarta sezione del tribunale, presieduta da Bruno Fasciana, ha stabilito che Giandalone abbia fatto sparire le scritture contabili delle aziende. L’avvocato Domenico Trinceri, che rappresenta la difesa, sostiene invece che la Dia abbia sequestrato i documenti nel 2018, tre anni prima del crac delle aziende, rendendo impossibile qualsiasi occultamento da parte dell’imprenditore. Trinceri ha annunciato che presenterà ricorso in appello una volta note le motivazioni della sentenza.
La vicenda di Giandalone presenta contraddizioni e aspetti paradossali. La Procura aveva chiesto l’assoluzione per la bancarotta documentale, ma i giudici hanno confermato la condanna per bancarotta distrattiva (riguardante presunte sparizioni di attrezzature) e hanno stabilito che per questa seconda ipotesi “il fatto non sussiste”.
In passato, i tribunali hanno assolto Giandalone dalle accuse di aver intestato fittiziamente i suoi beni per eludere misure di prevenzione e di aver utilizzato capitali illeciti per far funzionare le sue attività. Nonostante ciò, le Misure di prevenzione hanno confermato la confisca delle due aziende, sostenendo che Giandalone avesse costituito le società con capitali di provenienza illecita, contraddicendo l’esito del processo penale.




