A 81 anni, dopo una vita trascorsa nel segno della partecipazione e del senso civico, oggi si ritrova a combattere una battaglia che non avrebbe mai immaginato: quella per poter votare. È la storia di Toniella Floriana Lamartina, palermitana, che il mese scorso è stata colpita da un ictus e che adesso, inchiodata al letto della sua camera, chiede soltanto di esercitare per l’ultima volta quel diritto che non ha mai disertato.
A raccontare la sua vicenda alla nostra redazione è il figlio, che ci ha inviato un audio molto toccante. La donna è tornata a casa da poco dopo il ricovero. Non muove più il braccio e la gamba destra, non riesce a restare seduta per più di due minuti. È affetta da un tumore metastatico, soffre di fibrillazione atriale e le sue condizioni generali sono estremamente delicate. Tre infermieri al giorno dell’Asp la assistono a domicilio, insieme a un logopedista e a un fisioterapista. È portatrice di catetere. Ogni minimo spostamento rappresenta un rischio e uno sforzo enorme.
Eppure, tra tutte le fragilità che la malattia le ha imposto, resta intatto un punto fermo: il suo senso civico. Non ha mai perso un’elezione, non ha mai rinunciato alla sua libertà di voto. Dal compimento dei 18 anni fino a oggi, non è mai mancata all’appuntamento con le urne. Per lei votare non è solo un diritto costituzionale, ma un gesto identitario, una responsabilità morale, un esempio trasmesso ai figli e ai nipoti.
Per questo ha presentato richiesta di certificazione per poter usufruire del voto a domicilio in vista del prossimo referendum. La risposta ricevuta, però, è stata negativa. In una comunicazione ufficiale, l’Ufficio di Medicina Legale dell’Asp di Palermo, richiamando l’informativa della U.O.C. Medicina Legale Prot. n. 74122 del 9 febbraio 2026, ha spiegato che non sussistono le condizioni previste dall’articolo 1 del decreto legislativo 1/2006, convertito nella legge 22/2006 e successivamente modificato dalla legge 46/2009. La normativa prevede il voto domiciliare per elettori affetti da gravissime infermità tali da rendere impossibile l’allontanamento dall’abitazione anche con l’ausilio dei servizi di trasporto pubblico organizzati dai Comuni, oppure per coloro che dipendono in modo continuativo e vitale da apparecchiature elettromedicali che ne impediscano lo spostamento.
Secondo l’ufficio, nel caso della signora non ricorrono tali presupposti. È stato invece rilasciato un certificato che attesta la possibilità di votare in una sezione elettorale priva di barriere architettoniche, ai sensi della legge 15/1991, documento che può essere ritirato presso il PTA Albanese.
In termini pratici, questo significa che l’anziana dovrebbe essere trasportata in ambulanza fino al seggio, affrontare il tragitto con il catetere e con tutte le criticità cliniche che la riguardano, per poter inserire una scheda nell’urna. Una prospettiva che la famiglia giudica umiliante e sproporzionata rispetto alle condizioni reali della donna.
Ed è lei stessa, in prima persona, a raccontare lo smarrimento e l’amarezza. «Sono scandalizzata. Avevo 18 anni quando ho cominciato a votare, ora ne ho 81. Un diritto che ho tramandato ai miei figli, il diritto di scegliere. Volevo scegliere per l’ultima volta nella mia vita dopo l’inferno di questi ultimi anni che ho passato. Nel mio cervello molte lampadine sono ancora accese, le userò per giocare con i miei nipotini. Inchiodata in questa camera da letto speravo che qualcuno sarebbe venuto a farmi un sorriso e che mi avrebbe fatto votare sì o no. Ma con questa risposta ho chiuso per sempre, mi calo nel silenzio».
Parole lucide, nonostante la malattia, che aprono una riflessione più ampia sul confine tra il rispetto formale della norma e la tutela sostanziale dei diritti. La legge stabilisce criteri precisi, poco elastici, ma la realtà spesso sfugge alle rigidità dei requisiti amministrativi. Come in questo caso, in cui la legge sovrasta la dignità umana e un sacrosanto diritto di partecipazione, di democrazia e di libertà.




