martedì, 31 Marzo 2026
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Definitive le pene per tre imputati, nuovo processo per Ribaudo e Catalano: così Cosa Nostra controllava la movida palermitana

Operazione Octopus, Cassazione conferma le condanne: sigillo sul racket dei buttafuori

La Corte di Cassazione mette la parola fine, almeno in gran parte, su una delle operazioni antimafia più significative degli ultimi anni a Palermo. La seconda sezione penale ha infatti reso definitive numerose condanne legate all’operazione “Octopus”, che aveva scoperchiato un sistema di controllo mafioso nel settore della sicurezza privata nei locali notturni della città e della provincia.

L’inchiesta aveva portato alla luce un meccanismo ben rodato attraverso il quale diversi soggetti, in concorso tra loro, avrebbero imposto la presenza di specifiche ditte di buttafuori all’interno di discoteche e luoghi della movida, garantendo così un ritorno economico a favore di Cosa nostra. Un sistema che, secondo gli inquirenti, operava con il placet diretto della famiglia mafiosa di Ballarò.

Nel pronunciarsi sui ricorsi, i Supremi giudici hanno disposto un annullamento con rinvio nei confronti di Gaspare Ribaudo (difeso dall’avvocato Giovanni Rizzuti), limitatamente all’ipotesi di concorso di un minorenne nell’ambito di un’estorsione. Stesso esito, seppur su un diverso punto, per Andrea Catalano (difeso dagli avvocati Giovanni Castronovo e Silvana Tortorici): per lui la Cassazione ha ritenuto necessario un nuovo esame relativamente alla qualificazione giuridica di una vicenda estorsiva che sarebbe stata consumata ai danni della società KSM. Per entrambi si aprirà dunque un nuovo capitolo giudiziario davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Palermo.

Diventano invece definitive le condanne per Giovanni Catalano, che dovrà scontare 6 anni e 8 mesi di reclusione, per Cosimo Calì, condannato a 5 anni, e per Emanuele Cannata, che dovrà espiare una pena di 7 anni e 6 mesi. I ricorsi presentati dai tre imputati sono stati dichiarati inammissibili, rendendo esecutive le sentenze e portando al loro arresto per l’espiazione del residuo di pena.

Al centro dell’indagine vi era un vero e proprio sistema di imposizione nel settore della sicurezza dei locali. I buttafuori coinvolti si presentavano presso discoteche e strutture della movida palermitana – tra cui il Reloy, il Moro, Villa Panoramica, Città del Mare a Terrasini e il Kioskito a Casteldaccia – imponendo ai gestori l’utilizzo dei propri servizi, spesso tramite agenzie di sicurezza compiacenti.

Un controllo tentacolare che, secondo quanto accertato nei vari gradi di giudizio, sarebbe stato autorizzato dai vertici del mandamento mafioso di Ballarò. In particolare, figura centrale dell’organizzazione era il boss Massimo Mulè, già condannato in via definitiva, insieme al cognato Vincenzo Di Grazia.

I fatti contestati risalgono al biennio 2015-2016, periodo in cui il fenomeno aveva raggiunto una diffusione significativa, incidendo profondamente su uno dei settori più vivaci dell’economia cittadina, quello dell’intrattenimento notturno.

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