La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata in una fase nella quale la possibilità di una ripresa delle operazioni militari convive con tentativi diplomatici ancora insufficienti a garantire una pace stabile. Il problema centrale, al 16 ottobre 2026, non è soltanto stabilire se Donald Trump autorizzerà nuovi bombardamenti, ma comprendere quale risultato politico Washington intenda ottenere attraverso la prosecuzione della pressione militare. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con l’offensiva congiunta israelo-americana contro l’Iran, ha superato la dimensione di una campagna diretta contro le infrastrutture nucleari e missilistiche di Teheran. Ha coinvolto le basi statunitensi nella regione, le rotte marittime del Golfo Persico, il traffico energetico attraverso lo stretto di Hormuz e, più recentemente, il confronto tra gli Houthi yemeniti e le forze sostenute dall’Arabia Saudita.
La morte della guida suprema iraniana Ali Khamenei durante gli attacchi iniziali ha inoltre conferito alla guerra una dimensione apertamente politica, che va oltre la semplice neutralizzazione di capacità militari. La tregua condizionale raggiunta in aprile e il memorandum d’intesa del giugno successivo hanno interrotto le principali fasi dei combattimenti, senza risolvere le divergenze fondamentali. Gli scontri sono proseguiti a intermittenza, mentre le trattative si sono arenate sulla sequenza delle concessioni, sul programma nucleare iraniano, sulle sanzioni e sul controllo dello stretto di Hormuz.
Il 12 ottobre Teheran ha dichiarato di stare esaminando la risposta americana alla propria proposta per la riapertura della via marittima, segno che il canale diplomatico non è formalmente chiuso, ma rimane fragile. In questo contesto, le dichiarazioni di Trump assumono un significato duplice. Quando afferma che «la guerra contro Teheran finirà molto presto» e che «nel momento in cui lo vorrò, finirà», aggiungendo che l’Iran «non avrà mai armi nucleari», il presidente esprime una concezione fortemente personalistica della conclusione del conflitto: la fine delle ostilità viene presentata come una decisione americana, subordinata al raggiungimento di obiettivi definiti da Washington.
Questa retorica, tuttavia, non dimostra che una conclusione rapida sia effettivamente disponibile. La capacità di iniziare o interrompere una campagna di bombardamenti non equivale alla capacità di controllarne tutte le conseguenze, né garantisce che l’avversario accetti le condizioni imposte. La questione decisiva è quindi se la Casa Bianca consideri sufficiente un risultato militare simbolicamente convincente oppure pretenda una trasformazione duratura del comportamento strategico iraniano. Sono obiettivi diversi, e perseguirli contemporaneamente potrebbe rivelarsi contraddittorio.
La «madre di tutte le bombe»: deterrenza, dimostrazione di forza o preparazione all’escalation?
La notizia più significativa sul piano militare è il servizio della CNN del 15 ottobre, secondo cui il Pentagono avrebbe elaborato nuovi piani operativi che contemplano l’impiego della GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast (MOAB), conosciuta come Mother of All Bombs. Secondo fonti statunitensi citate dall’emittente, le opzioni comprenderebbero infrastrutture energetiche iraniane e siti collegati al programma nucleare, incluso il complesso sotterraneo noto come Pickaxe Mountain. L’eventuale impiego dipenderebbe da una decisione presidenziale: non risulta annunciato un ordine definitivo di attacco con questa arma. La MOAB pesa circa 9,8 tonnellate e produce un’esplosione di enorme potenza convenzionale. Fu impiegata per la prima volta in combattimento in Afghanistan, nel 2017. Non è un’arma nucleare e non deve essere confusa con una bomba progettata specificamente per penetrare in profondità nella roccia.
È proprio questa distinzione a rendere problematica l’ipotesi di un attacco a Pickaxe Mountain. La MOAB è concepita principalmente per produrre effetti devastanti in superficie e nelle aree circostanti. Un impianto profondamente interrato, protetto da strati di roccia e strutture rinforzate, pone invece problemi differenti. Secondo le fonti militari citate dalla CNN, vi sono dubbi sulla capacità dell’arma di neutralizzare efficacemente gli obiettivi sotterranei individuati nei piani operativi. Ne deriva un paradosso strategico: un ordigno altamente spettacolare potrebbe avere un’efficacia distruttiva inferiore alle aspettative contro il bersaglio specifico che dovrebbe neutralizzare. La sua utilizzazione potrebbe quindi servire anche a produrre un effetto psicologico, comunicare determinazione all’avversario e offrire all’amministrazione americana un’immagine di vittoria decisiva.
La valutazione richiede però di distinguere tre livelli
Il livello operativo: distruggere impianti, depositi, infrastrutture energetiche e capacità militari effettivamente raggiungibili. Livello strategico: impedire all’Iran di ricostituire le proprie capacità nucleari e missilistiche nel medio periodo. Il livello politico-comunicativo: dimostrare che Washington dispone ancora di una superiorità militare schiacciante e può imporre la conclusione delle ostilità.
Un’arma può produrre risultati significativi sul primo livello senza garantire gli altri due. Se gli impianti vengono danneggiati ma le conoscenze scientifiche, le competenze tecniche e la volontà politica di ricostruirli sopravvivono, la minaccia nucleare potrebbe essere rinviata anziché eliminata. L’eventuale ricorso alla MOAB rappresenterebbe comunque un’escalation rilevante, soprattutto per il rischio di ritorsioni iraniane e per la possibilità che nuovi attacchi colpiscano infrastrutture civili, reti energetiche e installazioni militari in altri Paesi del Golfo. La questione, dunque, non è soltanto quanto sia potente la bomba, ma se il suo impiego contribuisca a chiudere la guerra o renda più difficile farlo.
Trump riprenderà gli attacchi?
I tre scenari principali
La prospettiva di una nuova offensiva deve essere considerata concreta, ma non inevitabile. I piani militari costituiscono strumenti di pressione e preparazione; non provano, da soli, che una decisione politica sia stata presa. Le dichiarazioni pubbliche di Trump, inoltre, possono svolgere una funzione negoziale, cercando di indurre Teheran a concessioni senza che sia necessario arrivare a un nuovo bombardamento.
Scenario 1 — Accordo negoziato e tregua consolidata
È lo scenario meno distruttivo, ma richiede concessioni reciproche. Washington dovrebbe ottenere verifiche credibili sul programma nucleare e garanzie sulla navigazione nello stretto di Hormuz; Teheran avrebbe interesse a ottenere un alleggerimento delle sanzioni, la cessazione del blocco dei propri porti e garanzie contro nuovi attacchi. Una mediazione di Pakistan, Oman o altri attori regionali potrebbe favorire un’intesa graduale. Il principale ostacolo è la sfiducia reciproca: l’Iran teme che una nuova concessione sia seguita da un’altra offensiva, mentre gli Stati Uniti temono che una tregua consenta a Teheran di ricostruire le capacità militari colpite.
Scenario 2 — Attacco americano limitato e dichiarazione di vittoria
Trump potrebbe autorizzare una nuova serie di bombardamenti contro obiettivi selezionati, presentandola come l’azione necessaria per eliminare ciò che resta delle capacità nucleari o missilistiche iraniane. L’impiego della MOAB, se confermato da un ordine operativo, potrebbe inserirsi in questa logica. Sarebbe un tentativo di combinare un risultato militare visibile con la possibilità di interrompere rapidamente le operazioni. Ma la reazione iraniana sarebbe determinante: anche una risposta limitata contro basi statunitensi, navigazione commerciale o infrastrutture energetiche potrebbe riaprire un ciclo di attacchi e rappresaglie. Una vittoria proclamata unilateralmente non equivarrebbe necessariamente a una pace accettata dalle parti.
Scenario 3 — Escalation regionale prolungata
È lo scenario più rischioso. Un attacco americano più ampio, soprattutto se accompagnato da obiettivi energetici e infrastrutturali, potrebbe provocare rappresaglie iraniane contro installazioni militari statunitensi e interessi dei Paesi alleati di Washington. La crisi di Hormuz potrebbe aggravarsi e il conflitto yemenita diventare un ulteriore fronte della guerra regionale. L’escalation potrebbe verificarsi anche senza una decisione iniziale di condurre una guerra totale: errori di calcolo, vittime civili, attacchi indiretti e risposte sproporzionate possono ridurre progressivamente lo spazio politico per la de-escalation.
Un quarto esito, trasversale ai tre scenari, è una tregua instabile e intermittente: nessun accordo definitivo, ma nemmeno una ripresa continua dei bombardamenti. Le parti continuerebbero a utilizzare sanzioni, blocchi, attacchi circoscritti e minacce militari per migliorare la propria posizione negoziale. Questo esito potrebbe protrarsi a lungo. Sarebbe meno intenso di una guerra aperta, ma manterrebbe elevati i rischi per la sicurezza regionale, il commercio energetico e la popolazione civile. Le vere cause della guerra: il nucleare è il problema centrale o il pretesto politico? Per comprendere il conflitto è necessario distinguere le motivazioni dichiarate dai governi dalle dinamiche strategiche che lo hanno reso possibile.
Affermare che la questione nucleare sia soltanto un pretesto sarebbe riduttivo; considerarla, al contrario, l’unica causa della guerra sarebbe altrettanto insufficiente. La prima causa è la controversia nucleare. Washington e Israele sostengono che impedire all’Iran di acquisire un’arma atomica sia un interesse vitale per la sicurezza internazionale e regionale. L’arricchimento dell’uranio, la limitata trasparenza su alcune attività e la difficoltà di garantire verifiche pienamente efficaci hanno alimentato timori sulla possibile capacità iraniana di sviluppare un ordigno. Questo non significa, tuttavia, che l’Iran possieda già un’arma nucleare: le capacità di arricchimento, la possibilità tecnica di costruirla e il possesso effettivo di una testata sono condizioni distinte.
La seconda causa è il conflitto sull’ordine regionale. Da decenni Teheran costruisce la propria influenza attraverso relazioni con organizzazioni armate e governi alleati, missili e capacità asimmetriche. Israele considera questa rete una minaccia alla propria sicurezza; Washington, oltre a difendere Israele e le proprie installazioni militari, mira a impedire che l’Iran possa condizionare gli equilibri del Golfo e le principali rotte commerciali. La questione nucleare si intreccia pertanto con una competizione più ampia sulla distribuzione del potere in Medio Oriente.
La terza causa riguarda il fallimento della diplomazia e il deterioramento della fiducia. Il ritiro statunitense dall’accordo nucleare del 2015 nel 2018, durante la prima amministrazione Trump, ha contribuito a indebolire il quadro negoziale e ha preceduto la progressiva riduzione degli impegni iraniani. Le successive trattative non sono riuscite a ricostruire un sistema di garanzie considerato affidabile da entrambe le parti. La guerra del 2026 è dunque anche il prodotto di una lunga sequenza di accordi incompleti, minacce e decisioni che hanno ristretto lo spazio per compromessi politici.
Vi è poi una quarta dimensione: la politica interna. Il governo iraniano affrontava proteste, difficoltà economiche e una crisi di legittimità; gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno presentato obiettivi che comprendono non soltanto il nucleare, ma anche la riduzione delle capacità missilistiche e un cambiamento sostanziale del comportamento del regime. L’uccisione della guida suprema e gli appelli americani al cambiamento politico hanno ampliato la portata della guerra, rendendo meno chiaro quale compromesso potrebbe essere sufficiente per concluderla.
Sul versante statunitense, inoltre, Trump deve conciliare la promessa di non consentire all’Iran di acquisire armi nucleari con la sua immagine politica di presidente capace di terminare rapidamente i conflitti. La pressione per ottenere un risultato riconoscibile, anche in vista delle elezioni di metà mandato, potrebbe incentivare una dimostrazione di forza; al tempo stesso, il costo umano, economico e diplomatico di una nuova escalation potrebbe spingerlo a cercare un’intesa.
Questi fattori non provano l’esistenza di un’unica motivazione segreta. Suggeriscono, piuttosto, che il conflitto sia il risultato dell’interazione fra sicurezza nucleare, competizione regionale, credibilità strategica e calcoli politici interni. La spiegazione più rigorosa non consiste nel sostituire alla versione ufficiale una teoria del complotto, ma nel riconoscere che le guerre vengono spesso combattute per una combinazione di obiettivi dichiarati e interessi più ampi. Rimane una questione fondamentale: la distruzione delle infrastrutture iraniane può ridurre il rischio nucleare senza eliminare le ragioni politiche che spingono Teheran a perseguire capacità di deterrenza? Se la risposta fosse negativa, una nuova offensiva potrebbe produrre un vantaggio militare immediato e, contemporaneamente, rafforzare nel lungo periodo la convinzione iraniana che soltanto una capacità deterrente più avanzata possa proteggere il Paese.
Gli Houthi ad Aden: la guerra si estende allo Yemen
L’attacco del 15 ottobre contro il complesso presidenziale di al-Maashiq, ad Aden, rappresenta un ulteriore segnale dell’estensione geografica del conflitto. La struttura è utilizzata come sede del governo yemenita internazionalmente riconosciuto, sostenuto dall’Arabia Saudita. I ribelli Houthi hanno rivendicato l’azione, presentandola come un attacco contro un centro di operazioni militari. Il bilancio iniziale è stato riportato in modo discordante: alcune fonti governative hanno parlato di quattro morti e dieci feriti, mentre il successivo aggiornamento del ministero della Sanità yemenita, riferito da Al Jazeera, ha indicato cinque morti e sedici feriti. È quindi più corretto riportare il bilancio aggiornato, segnalando la discrepanza rispetto alle prime notizie. Il primo ministro e gli altri esponenti governativi presenti non sarebbero rimasti feriti.
L’episodio assume particolare rilievo perché il complesso di Aden costituisce un centro politico del governo avversario, non semplicemente un’infrastruttura periferica. L’attacco si inserisce nella ripresa dei combattimenti tra gli Houthi e le forze sostenute da Riad e coincide con altre azioni contro obiettivi sauditi, comprese infrastrutture strategiche. Il rischio è che il confronto nello Yemen, già segnato da anni di guerra civile, venga ulteriormente integrato nella competizione regionale tra Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele. È tuttavia necessario evitare un automatismo interpretativo: l’allineamento degli Houthi con Teheran non dimostra che ogni loro operazione sia ordinata direttamente dal governo iraniano. Il movimento possiede obiettivi locali, una propria struttura di comando e interessi legati al controllo del territorio yemenita. La sua relazione con l’Iran aumenta le possibilità di coordinamento e sostegno, ma non cancella la sua autonomia politica e militare.
Per Washington, il fronte yemenita presenta due rischi. Il primo riguarda la sicurezza delle rotte marittime e delle infrastrutture energetiche del Golfo. Il secondo consiste nella possibilità che un’azione americana contro l’Iran provochi una risposta indiretta attraverso attori regionali, rendendo più difficile isolare geograficamente il conflitto. L’attacco di Aden, pertanto, non prova che una nuova offensiva americana sia imminente. Mostra però quanto sia fragile qualsiasi ipotesi di stabilizzazione che consideri soltanto Washington e Teheran, trascurando gli altri attori capaci di allargare il campo delle ostilità. Netanyahu e la dimensione israeliana del conflitto
La posizione israeliana costituisce un altro elemento decisivo. Il 15 ottobre, secondo quanto riferito dai media israeliani e dall’ANSA, Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione sulla sicurezza con il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, i direttori del Mossad e dello Shin Bet e il ministro della Difesa Israel Katz. Tra i temi indicati figurano le preoccupazioni per il ripristino del programma nucleare iraniano e la preparazione a diversi scenari di sicurezza. La riunione non costituisce, di per sé, la prova di una decisione israeliana di attaccare nuovamente. È tuttavia coerente con una strategia che considera insufficiente una tregua se non accompagnata da garanzie verificabili sulla capacità iraniana di ricostruire le proprie infrastrutture militari. Israele potrebbe preferire una nuova offensiva qualora ritenesse che l’Iran stia recuperando capacità considerate minacciose.
Gli Stati Uniti, invece, devono valutare anche il rischio di una guerra prolungata, la sicurezza delle proprie forze, le conseguenze sul mercato energetico e il costo diplomatico di un ulteriore allargamento del conflitto. Gli interessi dei due alleati sono quindi convergenti, ma non necessariamente identici. Per Israele, la neutralizzazione di una minaccia percepita come esistenziale può giustificare una pressione militare prolungata; per Trump, il successo potrebbe consistere anche nell’ottenere concessioni negoziali e poter dichiarare conclusa la guerra. Questa differenza potrebbe diventare particolarmente importante se Washington decidesse di fermare i bombardamenti mentre Israele continuasse a considerare insufficienti i risultati raggiunti.
La superiorità militare non garantisce la pace
Alla luce degli sviluppi del 15 e 16 ottobre 2026, la ripresa degli attacchi americani contro l’Iran costituisce una possibilità concreta, ma non una decisione già accertata. I nuovi piani militari riferiti dalla CNN, compresa l’eventualità di impiegare la MOAB contro obiettivi nucleari ed energetici, indicano che Washington intende conservare opzioni di forte pressione. Non dimostrano, tuttavia, che la bomba sarà utilizzata né che possa risolvere il problema strategico di Pickaxe Mountain. La posizione di Trump contiene una contraddizione potenziale. Il presidente promette una conclusione rapida della guerra, ma valuta strumenti che potrebbero innescare nuove rappresaglie e rendere più difficile interrompere le ostilità.
L’obiettivo di presentare una vittoria decisiva potrebbe favorire un attacco limitato, ma il risultato dipenderebbe soprattutto dalla risposta iraniana e dalla disponibilità delle parti a negoziare. Il fronte yemenita conferma che il conflitto non è più circoscritto alla relazione bilaterale tra Stati Uniti e Iran. L’attacco di Aden, insieme alla pressione sulle infrastrutture saudite e alle tensioni marittime, evidenzia la capacità delle dinamiche regionali di prolungare la guerra anche quando i principali contendenti dichiarano di volerla concludere. Sul piano delle cause profonde, la controversia nucleare rimane reale, ma non esaurisce la spiegazione del conflitto. Il confronto riguarda anche l’equilibrio di potere in Medio Oriente, la sicurezza di Israele, la libertà di navigazione, le sanzioni e la capacità di Washington e Teheran di imporre le rispettive condizioni politiche.
La conclusione più importante è che distruggere un’infrastruttura non equivale a eliminare una minaccia politica, così come proclamare una vittoria non equivale a costruire una pace stabile. Se gli Stati Uniti intendono impedire all’Iran di acquisire armi nucleari in modo duraturo, la forza militare dovrà essere accompagnata da verifiche internazionali, accordi credibili e meccanismi di sicurezza reciproca. In assenza di questi strumenti, una nuova offensiva potrebbe indebolire ulteriormente le capacità iraniane senza risolvere le ragioni della rivalità. La guerra potrebbe allora terminare formalmente per poi riemergere sotto forma di attacchi indiretti, crisi marittime, riarmo e nuove operazioni militari. La vera misura del successo di Trump, pertanto, non sarà la potenza dell’ordigno impiegato né la rapidità con cui verrà annunciata la fine delle ostilità. Sarà la capacità di trasformare la superiorità militare americana in un accordo che riduca, anziché rinviare, la probabilità di una nuova guerra.


Il Quotidiano di Palermo
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