mercoledì, 7 Ottobre 2026
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Minardo chiede nuovi protagonisti, Schifani valuta l’addio: il confronto con Tajani mette in gioco la tenuta del governo regionale

Schifani agita le acque, Forza Italia si spacca: crisi sull’asse Palermo-Roma

PALERMO — La partita sul futuro di Renato Schifani rischia di travolgere il presente del governo regionale. Le luci accese fino a tarda ora a Palazzo d’Orléans, l’arrivo dello staff e dei deputati più vicini al presidente, il confronto telefonico con Antonio Tajani raccontano una tensione che ha superato i confini siciliani. Al centro c’è una domanda politica precisa: Schifani accetterà di completare la legislatura rinunciando alla ricandidatura oppure metterà sul tavolo l’ipotesi di lasciare subito?

Per il momento, le dimissioni restano uno scenario. Il governatore non le ha formalizzate e nella dichiarazione diffusa martedì sera non le ha indicate esplicitamente. Ma le parole scelte dopo l’ennesimo intervento del commissario regionale di Forza Italia, Nino Minardo, hanno aperto una crisi: «Prendo atto delle dichiarazioni dell’onorevole Minardo». Poi l’annuncio di una valutazione sulle decisioni da assumere e comunicare a breve.

Una formula che lascia aperte diverse possibilità e costringe il partito a misurare le conseguenze della propria richiesta di cambiamento.

Minardo ha affiancato il riconoscimento dei risultati del governo alla richiesta di una proposta politica nuova. Un equilibrio difficile: difendere quanto fatto da Schifani e, contemporaneamente, chiedere nuovi protagonisti significa mettere in discussione la continuità della sua leadership.

Il commissario ha inoltre precisato che la spinta al rinnovamento nasce dal confronto interno al partito. È questo il passaggio che rende lo scontro più delicato. Il presidente deve capire quanto quella posizione rappresenti un orientamento condiviso dai vertici nazionali e quale spazio gli venga riconosciuto nella costruzione della prossima candidatura.

Il colloquio con Tajani assume così un peso decisivo. Secondo la ricostruzione della serata, la telefonata sarebbe stata tesa e prolungata. Il suo significato politico va oltre i toni: il destino del governo siciliano entra direttamente nel confronto con la guida nazionale di Forza Italia.

Per Schifani, accettare una rinuncia anticipata al bis potrebbe indebolire la capacità di guidare la maggioranza nell’ultimo tratto della legislatura. Per il partito, rinviare ogni decisione significherebbe lasciare irrisolto il problema della successione. La crisi nasce anche da questa incompatibilità fra tempi e interessi.

A rendere più fragile il quadro contribuisce l’inchiesta che coinvolge Gaetano Armao, già vicepresidente della Regione ed ex consulente di Schifani. La vicenda giudiziaria alimenta il confronto sulle scelte compiute intorno a Palazzo d’Orléans e sulla credibilità della classe dirigente regionale.

Le responsabilità penali devono essere accertate e per gli indagati vale la presunzione di innocenza. Sul piano politico, tuttavia, le parole di Minardo mostrano quanto il tema della fiducia nelle istituzioni sia entrato nella discussione interna a Forza Italia.

Il commissario sostiene che i risultati del governo debbano essere preservati dalle vicende giudiziarie e collega questa esigenza a un cambiamento della proposta politica. È un ragionamento che può essere letto come il tentativo di distinguere il bilancio della legislatura dalla scelta di chi dovrà guidare la coalizione alle prossime elezioni. Per il governatore, però, quella distinzione rischia di tradursi in un riconoscimento del passato accompagnato da una chiusura sul futuro.

L’ipotesi di un’uscita immediata cambia radicalmente la trattativa. Finché si discute della candidatura del 2027, i partiti possono negoziare nomi, equilibri e alleanze. Se entra in gioco la conclusione anticipata della legislatura, tutti devono fare i conti con una campagna elettorale ravvicinata e con la perdita del tempo necessario a prepararla.
La mobilitazione dei fedelissimi mostra che Schifani conserva un’area di sostegno. Non basta, però, a misurare la disponibilità dell’intera maggioranza ad accompagnarlo fino allo scontro con il suo partito.

Anche gli alleati sono chiamati a prendere posizione. Una crisi dentro Forza Italia può modificare i rapporti di forza del centrodestra, ma un’accelerazione elettorale renderebbe più difficile governarne gli effetti. Il rischio è che ciascuno provi a guadagnare spazio nella successione senza riuscire a controllare il calendario della crisi.

Nel frattempo, restano le scadenze amministrative: la manovra in discussione e la preparazione del bilancio per il prossimo anno. Sono impegni che rendono politicamente costosa una rottura e offrono un terreno concreto ai tentativi di mediazione.

Le reazioni delle opposizioni restituiscono due letture differenti. Ismaele La Vardera chiede al presidente di lasciare subito. Il deputato del Pd Nello Dipasquale interpreta invece l’annuncio come uno strumento di pressione sulla maggioranza e su Forza Italia.

Nella sua lettura, evocare le dimissioni servirebbe a mettere in allarme i deputati e a costringere il partito a rivedere la propria posizione. È un’interpretazione politica, che dovrà misurarsi con le decisioni effettive del governatore.

Anche per le opposizioni, comunque, un’eventuale accelerazione imporrebbe di passare rapidamente dalla critica al governo alla costruzione di un’alternativa: candidatura, programma e alleanze diventerebbero questioni immediate.

La giornata di confronto a Palazzo d’Orléans ruota dunque intorno a una scelta che riguarda l’intera coalizione. Forza Italia deve chiarire quale futuro propone a Schifani; il presidente deve decidere come rispondere senza compromettere la propria capacità di governo. Sullo sfondo, Roma osserva una crisi nella quale la leadership nazionale del partito è ormai parte della soluzione da trovare.
La vera posta in gioco è chi avrà il potere di stabilire tempi e condizioni del passaggio politico. E quanto questa battaglia interna finirà per pesare sulle decisioni che la Regione deve assumere adesso.

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