L’ex magistrato Antonio Di Pietro, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, è intervenuto sul drammatico caso dell’intossicazione da ricina avvenuto a Pietracatella. Secondo l’ex pm di Mani Pulite, inseguire la pista dell’omicidio volontario senza prove concrete e senza esiti processuali definitivi rischia di essere un salto nel vuoto. L’unica certezza attualmente a disposizione degli inquirenti, ha detto Di Pietro, è il dato scientifico che attesta l’avvelenamento da sostanza tossica. Sostenere fin da ora la tesi del delitto intenzionale equivale a una forzatura logica priva di fondamento oggettivo. Ipotizzare oggi un piano assassino privo di riscontri concreti equivale a tentare di attraversare lo stretto di Messina su un ponte non ancora costruito.
Riconoscendo la complessità dell’inchiesta, Di Pietro ha ribadito l’importanza di far lavorare le forze dell’ordine senza condizionamenti esterni, lasciando aperte tutte le strade investigative. Tra i nodi ancora da sciogliere figurano le modalità di introduzione della sostanza nell’ambiente e il reale movente di chi l’ha portata. L’ex magistrato non esclude infatti che si possa essere trattato di un delitto colposo o persino di un tragico evento accidentale, come la somministrazione involontaria di un preparato casalingo regalato in totale buona fede da amici o familiari.
A sostegno della propria tesi, l’ex procuratore ha evidenziato come l’elevato numero di persone ascoltate finora dagli inquirenti — circa duecento individui sentiti esclusivamente come persone informate sui fatti — confermi come il quadro normativo e l’ipotesi di reato siano ancora del tutto fluidi. Commentando infine la presunta reticenza della comunità locale, Di Pietro ha ridimensionato le speculazioni, evidenziando come l’assenza di risposte possa derivare semplicemente dall’effettiva ignoranza dei fatti da parte dei cittadini e rigettando con decisione qualsiasi narrazione che dipinga il paese molisano come una realtà condizionata da logiche paramafiose.



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