Una scritta «morte alle donne» e un simbolo riconducibile alla propaganda nazista sono comparsi sul muro all’angolo tra via Antonio Lo Bianco e via Spinelli, a Palermo. Le immagini, lasciate in bella vista lungo la strada, hanno attirato l’attenzione per il contenuto esplicitamente violento e per il richiamo a uno dei simboli più noti dell’ideologia nazista. Un episodio che riporta ancora una volta al centro il tema dell’odio e della violenza contro le donne, proprio mentre anche sui social continuano a comparire minacce e insulti rivolti a figure femminili.
Da una parte l’odio contro le donne, dall’altra un simbolo che richiama una delle pagine più buie della storia contemporanea. Parole e segni che qualcuno ha scelto di lasciare nello spazio pubblico, sotto gli occhi di tutti, quasi a voler trasformare un muro in una bacheca dell’odio.
E forse proprio davanti a immagini come queste sarebbe il caso di smettere di liquidare certe espressioni come semplici provocazioni o bravate. Perché le parole hanno un peso, soprattutto quando prendono di mira un genere, inneggiano alla morte o vengono utilizzate per intimidire qualcuno.
Perché mentre qualcuno imbratta un muro con un messaggio che inneggia alla morte delle donne, altrove due donne che ricoprono un ruolo istituzionale ricevono minacce e insulti di una violenza difficile persino da riportare. È quanto accaduto a Termini Imerese alla sindaca Maria Terranova e all’assessora Maria Concetta Buttà, finite nel mirino di messaggi pubblicati sui social.
Perché le parole contano. Contano quando vengono scritte su un muro. Contano quando vengono pubblicate sui social. E contano soprattutto quando a pronunciarle sono persone che hanno una visibilità pubblica e possono contribuire, nel bene o nel male, a orientare il dibattito.

Non è un caso, allora, che proprio mentre una città si ritrova davanti a una scritta come «morte alle donne», il dibattito pubblico torni a interrogarsi anche sulle parole pronunciate da Roberto Vannacci. Nel giugno scorso il leader di Futuro Nazionale ha sostenuto che «il femminicidio non esiste» e che si tratta di «un omicidio come tutti gli altri», contestando la necessità di considerarlo una fattispecie distinta.
Il punto, però, non è stabilire se la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Non è questo il senso del termine femminicidio. Il concetto serve a descrivere gli omicidi di donne legati alla loro condizione di donne, dunque a una dinamica di violenza, dominio, possesso o odio che non può essere cancellata semplicemente cambiando etichetta.

E forse proprio una scritta come quella comparsa in via Lo Bianco dovrebbe suggerire una riflessione molto più semplice: se qualcuno arriva a scrivere «morte alle donne» su un muro, davvero il problema è soltanto trovare il nome giusto per definire ciò che accade?
A Termini Imerese, intanto, le parole sono diventate minacce rivolte direttamente a due amministratrici. I messaggi apparsi sui social invitavano persino a «mandarle in ospedale» e a «scannarle». La sindaca Terranova ha denunciato l’autore e ha tracciato una distinzione netta tra il diritto al dissenso e la violenza. Contestare una scelta politica è legittimo, minacciare una persona non lo è.
Sono episodi diversi, certo. Un muro imbrattato e una minaccia sui social non hanno lo stesso peso né producono le stesse conseguenze. Ma hanno qualcosa in comune, trasformano le donne in un bersaglio.
E forse è proprio questo il punto che rischiamo di perdere quando ci abituiamo alle parole violente, quando le archiviamo come «ragazzate», quando facciamo finta che siano soltanto provocazioni o quando il dibattito pubblico finisce per concentrarsi più sulla parola «femminicidio» che sulla realtà che quella parola prova a descrivere. Una scritta si cancella. Un commento si può rimuovere. Un post può sparire dalla bacheca. Ma il problema che li genera non scompare semplicemente cancellando le tracce.



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