PALERMO — A Roma il voto segreto alimenta sospetti e mette alla prova la tenuta della maggioranza. A Palermo la domanda è già un’altra: chi guadagnerebbe e chi perderebbe con la nuova legge elettorale? La risposta passa dal superamento dei collegi uninominali, dal premio di governabilità e dal rapporto tra candidati scelti dai partiti e preferenze degli elettori. Tre elementi che potrebbero cambiare profondamente la corsa al Parlamento nel capoluogo e nella provincia.
Lo “Stabilicum”, tornato alla Camera dopo le modifiche del Senato, deve ancora ottenere l’approvazione definitiva. Le conseguenze territoriali vanno quindi lette come scenari legati al testo in discussione. Il passaggio decisivo è questo: verrebbe meno il sistema che assegna un seggio al candidato più votato in ciascun collegio uninominale, anche senza maggioranza assoluta. Al suo posto, un impianto proporzionale corretto da un premio.
La mappa palermitana da cui si parte
Nel 2022 la città fu divisa, per la Camera, fra Sicilia 1-U01, identificato con Settecannoli, e Sicilia 1-U02, identificato con Resuttana-San Lorenzo. Nel primo vinse Davide Aiello del Movimento 5 Stelle; nel secondo Carolina Varchi del centrodestra. Il terzo collegio di riferimento per il territorio provinciale, Sicilia 1-U03, con centro a Bagheria, elesse Saverio Romano, sempre per il centrodestra.
Questi confini attraversano realtà politiche differenti. Monreale e Partinico appartengono al collegio U02; Cefalù e Corleone al collegio U03. Con la riforma, quelle sfide territoriali cesserebbero di assegnare direttamente un deputato: i voti concorrerebbero alla rappresentanza attraverso le liste e il riparto proporzionale. Per un candidato radicato in provincia, vincere nel proprio comune non sarebbe più sufficiente a conquistare un seggio.
Centrodestra: meno collegi da spartire, più competizione interna
Per Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati cambierebbe anzitutto la trattativa sulle candidature. Oggi una coalizione può assegnare un collegio competitivo a un alleato e far convergere sul suo candidato i voti di tutti. Nel proporzionale, invece, diventa centrale il consenso raccolto da ciascuna lista, insieme alla collocazione dei candidati e agli accordi sulla componente premiale.
Il caso Bagheria rende concreta la differenza. L’elezione di Romano nel 2022 dimostra come il sostegno unitario del centrodestra possa portare in Parlamento un esponente di una formazione minore. Senza l’uninominale, quella strada verrebbe meno: diventerebbero decisivi lo sbarramento, le eventuali disposizioni di recupero e gli accordi di coalizione.
Sul piano politico, FdI avrebbe interesse a trasformare il proprio peso elettorale in rappresentanza diretta. Forza Italia e Lega dovrebbero invece difendere il rapporto fra consenso e numero degli eletti, senza poter contare sulla medesima distribuzione dei collegi. È un rischio possibile, non una perdita già quantificabile: servirebbero risultati aggiornati e candidature effettive per misurarlo.
M5S e Pd: il consenso locale incontra il premio nazionale
Per il Movimento 5 Stelle il cambiamento avrebbe un doppio volto. Nel 2022 il partito conquistò sia l’uninominale Camera di Palermo U01 sia quello del Senato di Palermo, dove fu eletta Dolores Bevilacqua. La riforma eliminerebbe dunque due competizioni nelle quali i pentastellati hanno già dimostrato di poter prevalere. In compenso, il proporzionale consentirebbe di concorrere ai seggi anche nei territori dove arrivare secondi oggi significa perdere la sfida uninominale.
Per il Pd e le altre opposizioni diminuirebbe il costo della divisione nella singola competizione locale: ciascuna lista potrebbe ottenere rappresentanza in rapporto ai propri voti, superate le soglie previste. Resterebbe però una forte spinta all’alleanza nazionale.
Il premio previsto è infatti di 70 deputati e 35 senatori e richiede che la stessa lista o coalizione risulti prima e raggiunga almeno il 42% in entrambe le Camere. Vincere a Palermo, o persino in Sicilia, non basterebbe ad attivarlo. Per Pd, M5S e alleati, la scelta fra correre insieme o separati avrebbe quindi conseguenze che superano i confini dei collegi palermitani.
Al Senato la provincia guarda anche verso Trapani
La geografia del Senato è più ampia di quella della Camera. Nel 2022, accanto al collegio Palermo U01, diversi comuni della provincia — fra cui Bagheria, Partinico, Termini Imerese e Corleone — ricadevano nell’uninominale Sicilia U02, denominato Marsala, che elesse Raoul Russo per il centrodestra. Il riferimento parlamentare della provincia, dunque, non coincide interamente con il collegio del capoluogo.
Con il superamento degli uninominali, cambierebbe anche questa relazione: scomparirebbe la sfida per il singolo seggio e crescerebbe il peso del riparto delle liste. Per i partiti diventerebbe essenziale decidere quanto spazio riservare ai candidati palermitani rispetto agli altri territori compresi nell’area elettorale.
Preferenze, ma il primo posto resta decisivo
Il testo approvato dal Senato introduce preferenze per i candidati diversi dal capolista, che resta bloccato. Secondo il modello illustrato, l’elettore potrebbe scegliere fino a tre nomi fra quelli prestampati sulla scheda, rispettando le regole di genere.
Qui si aprirebbe una seconda competizione, interna ai partiti. Amministratori, dirigenti territoriali e candidati con una rete personale potrebbero contendersi le preferenze. Ma, quando una lista ottenesse un solo seggio nel collegio, il posto andrebbe al capolista: raccogliere molti consensi personali non garantirebbe l’elezione. Per le formazioni più piccole, da AVS ai partiti centristi, la scelta del primo nome avrebbe quindi un peso particolarmente forte.
Per Palermo la posta in gioco è la capacità di trasformare voti e radicamento territoriale in presenza parlamentare. Il centrodestra dovrebbe rinegoziare gli equilibri fra alleati; M5S e Pd scegliere come conciliare autonomia e coalizione; i partiti minori trovare uno spazio oltre lo sbarramento. E i comuni della provincia dovrebbero verificare se i propri candidati avranno posizioni utili nelle liste: perché la fine di un collegio non cancella i suoi elettori, ma cambia il percorso attraverso cui possono essere rappresentati.



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