Il 13 agosto 2007 il delitto di Chiara Poggi. A 19 anni da quell’efferato omicidio, il caso di Garlasco non si chiude, anzi è sempre più un giallo. Il 28 settembre sarà una data spartiacque entro la quale la Procura di Pavia sarà chiamata a sciogliere le riserve sul fascicolo aperto nei confronti di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima. Gli inquirenti dovranno stabilire se il materiale d’indagine raccolto in questi mesi possieda la solidità necessaria per avanzare una richiesta di rinvio a giudizio o se, al contrario, non vi siano elementi sufficienti per sostenere l’accusa in un’aula di tribunale, avviando così la procedura verso una richiesta di archiviazione. In entrambi i casi, spetterà comunque al giudice per le indagini preliminari esprimere la decisione finale, senza escludere che eventuali supplementi tecnici o depositi difensivi possano allungare i tempi delle valutazioni.
L’eventuale svolta sull’indagine pavese si colloca all’interno di un quadro processuale già definito da un punto di vista penale. Per l’omicidio di Chiara Poggi esiste infatti una verità giudiziaria che ha decretato la condanna a 16 anni di reclusione per Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima. Una sentenza che può essere rimessa in discussione solo da una revisione.
La palla si trova attualmente nelle mani della Procura generale di Milano, con la procuratrice generale Francesca Nanni chiamata dal Procuratore di Pavia Napoleone a svolgere un preciso ruolo di filtro istituzionale con eventuale accettazione di revisione che dovrebbe poi approdare alla Corte d’Appello di Brescia, sede giudicante competente per materia territoriale.
Il percorso verso la revisione penale, regolato dal codice di procedura, impone tuttavia paletti rigorosi e una soglia probatoria particolarmente elevata. Per intaccare un giudicato definitivo non basta un semplice dubbio né il riaffiorare di una nuova traccia d’indagine: gli elementi inediti presentati dalla difesa (in questo caso dalla procura di Milano) devono dimostrare di possedere una forza tale da demolire la struttura argomentativa della sentenza di condanna. Solo dimostrando che le nuove risultanze, da sole o integrate con il materiale originale, condurrebbero inevitabilmente al proscioglimento di Stasi, la magistratura potrà disporre la riapertura del processo.


