Il silenzio, a volte, pesa più di qualsiasi parola. E quello calato in occasione di Palermo-Avellino lascia inevitabilmente spazio a una riflessione amara. Nessuno striscione, nessun minuto di raccoglimento, nessun gesto simbolico: né da parte dei gruppi organizzati né da parte del Palermo FC. Un vuoto che stona, soprattutto se si pensa alla figura di Giovanni Ferrara.
Ferrara, morto qualche giorno fa, non è stato soltanto un presidente. È stato uno di quegli uomini che, in un momento delicatissimo per il calcio palermitano, scelse di esporsi in prima persona. Dopo la radiazione del 1986, quando tutto sembrava perduto, contribuì alla rinascita del club, assumendosi responsabilità enormi in un contesto fragile e pieno di incognite. Non gestiva una macchina perfetta, non aveva alle spalle capitali illimitati, ma ha tenuto in piedi il Palermo con determinazione, tra mille difficoltà.
È facile oggi giudicare con il senno di poi, in un calcio che viaggia su cifre e logiche completamente diverse. Ma allora significava spesso mettere a rischio se stessi, le proprie attività, il proprio futuro. Ferrara lo fece davvero, arrivando persino a esporre l’azienda di famiglia pur di garantire continuità a una squadra che rappresentava molto più di un semplice club sportivo per la città.
Proprio per questo, il silenzio registrato allo stadio appare come una mancanza. Non si tratta di celebrare acriticamente o di riscrivere la storia, ma di riconoscere ciò che è stato. Un gesto, anche semplice, sarebbe bastato per ricordare un uomo che ha attraversato uno dei periodi più complicati del Palermo, lasciando comunque un segno concreto, culminato con la promozione in B, una quasi promozione in A e quella Coppa Italia di serie C del 1993 che resta ancora oggi un unicum nella storia rosanero.




