martedì, 17 Marzo 2026
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Divari ancora più accentuati al sud

Bonus insufficienti, divari e disuguaglianze: mamme ancora troppo penalizzate

Le disuguaglianze economiche in Italia registrano un lieve calo nel 2025, ma i risultati restano fragili e lontani da un miglioramento strutturale. Secondo l’Istat, gli interventi dello Stato hanno contribuito a ridurre lo squilibrio dei redditi di circa 16 punti. Un dato positivo che però appare sostanzialmente stabile nel confronto con l’anno precedente. Particolarmente penalizzate le mamme.

Un livello elevato di povertà segna il nostro Paese. Le politiche pubbliche continuano a svolgere un ruolo essenziale nel contenere i divari sociali. Tuttavia, gran parte delle misure attualmente in vigore deriva da governi precedenti ed è stata solo parzialmente modificata. Il risultato è un sistema di interventi che, pur ampliato, produce effetti spesso neutri per molte famiglie. Alcuni gruppi beneficiano dei sostegni, mentre altri restano esclusi o addirittura penalizzati.

Il principale indicatore della disuguaglianza, l’indice di Gini, mostra una riduzione minima: dal 31,41 al 31,17%. Una variazione così contenuta suggerisce una sostanziale stabilità della situazione. Le differenze territoriali restano marcate. I divari sono più accentuati nelle regioni del Sud, dove si mantengono sugli stessi livelli dell’anno precedente.

Le politiche redistributive hanno però un costo rilevante. Circa 16 punti percentuali di riduzione delle disuguaglianze sono attribuibili all’intervento pubblico, ma senza questi strumenti il quadro sarebbe significativamente peggiore. Tra le misure più rilevanti figurano l’assegno unico per i figli, il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti e i sussidi per le famiglie in difficoltà. Rinunciare anche solo a una di queste leve appare difficile senza aggravare la situazione sociale.

Negli ultimi anni, alcune politiche sono state ridimensionate o riformulate. L’assegno di inclusione e dal supporto per la formazione e il lavoro hanno sostituito il Reddito di cittadinanza. Parallelamente, il governo ha redistribuito parte delle risorse disponibili, aumentando le soglie Isee e ampliando la platea dei beneficiari. Questo ha portato a un miglioramento per circa un milione di famiglie, con un incremento medio annuo del reddito superiore ai 1.300 euro, pari a oltre il 10%.

L’assegno unico ha registrato un aumento del 6,9%, grazie all’indicizzazione all’inflazione, ed è stato esteso anche a famiglie con figli unici minori di 10 anni. È stato inoltre reintrodotto il bonus bebè da mille euro. Nel complesso, circa 6 milioni di famiglie hanno ricevuto un incremento medio di 120 euro annui, che sale tra 154 e 192 euro per il ceto medio, anche grazie all’esenzione Irpef fino a 50mila euro.

Diverso l’impatto del taglio del cuneo fiscale, trasformato in parte in misura fiscale stabile. Il beneficio medio annuo si attesta intorno ai 95 euro. Tuttavia, solo 6,4 milioni di famiglie su 13,4 milioni totali hanno effettivamente registrato un guadagno.

Un capitolo particolarmente critico riguarda le madri lavoratrici. Circa 900mila donne risultano penalizzate. La metà percepisce meno benefici rispetto all’anno precedente, con una perdita media annua di 145 euro. Il nuovo metodo di calcolo, che tiene conto del reddito totale e non più solo di quello individuale, ha ridotto l’impatto delle agevolazioni. Solo una parte delle lavoratrici, in particolare quelle con contratto a tempo indeterminato e almeno due figli, continua a beneficiare pienamente degli incentivi, arrivando a circa 1.000 euro annui. Per molte altre, invece, il bonus si è ridotto drasticamente, fino a circa 40 euro mensili.

Se da un lato le politiche pubbliche hanno evitato un aumento significativo delle disuguaglianze, dall’altro non hanno prodotto un miglioramento deciso e diffuso. Il sistema di sostegni appare frammentato e talvolta incoerente, con effetti redistributivi limitati e disomogenei.

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