sabato, 21 Febbraio 2026
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Pericolo social. Un equivoco che in poche ore è diventato psicosi collettiva

Palermo, nessun tentativo di rapimento: solo fake news, psicosi e caccia alle streghe

Quello che è accaduto a Palermo dovrebbe farci fermare un momento a riflettere. Non tanto – o non solo – per la notizia in sé, ma per il meccanismo che si è messo in moto. Perché non è esistita alcuna donna che ha tentato di rapire una bambina. Non c’è stato alcun sequestro sventato, nessun gesto violento, nessun pericolo concreto. C’è stata invece una donna con fragilità psichiatriche che, fraintendendo una scena – una bambina che piangeva accanto alla madre – ha pensato di trovarsi davanti a un rapimento. Un equivoco. Nulla di più.

Tutto è partito da un centro estetico dove il 19 febbraio si è presentata una donna con un cappuccio in testa. Ha detto di aver visto entrare nel salone una signora con una bambina. Una bimba che, a detta sua, non era la mamma di quella piccina. “Piangeva, voleva me” – avrebbe detto alla titolare del negozio. Poi ha minacciato di chiamare la polizia perché temeva per la piccola.

Chi conosce la donna col cappuccio, la cui faccia è stata sbattuta sui social con video e foto, afferma che si tratterebbe di una persona che soffre di disturbi comportamentali e che non sarebbe nuova a situazioni di questo tipo. Ma nonostante ciò che afferma in queste situazioni potrebbe allarmare chi non la conosce, questa signora non ha mai fatto male a nessun bambino.

Anche stavolta, si è limitata a segnalare un qualcosa che probabilmente lei pensava fosse reale e non solo frutto della sua immaginazione. Non ha tentato di afferrare la piccola, non ha usato violenza o armi, non ha commesso alcun reato.

Eppure, in poche ore, quell’equivoco si è trasformato in un presunto tentativo di rapimento. Il centro estetico ha diffuso un video scrivendo di “stare attenti ai figli”, senza in realtà parlare di rapimenti. Ma sul web un video poco chiaro è diventato “prova”, una frase riportata male è diventata un’accusa, un dubbio si è trasformato in certezza.

Alla nostra redazione sono arrivate decine di segnalazioni di avvistamenti della donna allo Zen, a Borgo Nuovo, al Cep e in altre parti di Palermo. Ma anche audio di “mitomani” che, approfittando della paura collettiva che si era generata sui social, diffondevano false notizie, alimentando una psicosi che in pochissimo tempo è diventata pericolosa. Basta niente per cambiare volto alla realtà, perfino una virgola fuori posto. È questo il potere ma anche il grande pericolo dei social network.

La rete non è soltanto uno strumento di informazione: è un amplificatore emotivo. E quando si parla di bambini, la soglia dell’allarme si abbassa drasticamente. La paura corre più veloce dei fatti. L’indignazione precede la verifica. E così, in poche ore, una persona fragile e ci dicono innocua ha rischiato il linciaggio, su un autobus e per strada. Non per ciò che aveva fatto, ma per ciò che si è detto che avesse fatto.

Il punto è proprio questo: ciò che “si dice”. Siamo diventati tutti investigatori, tutti convinti di saper leggere un video, interpretare un gesto, trarre conclusioni definitive da pochi secondi di immagini sgranate. Ci sentiamo provetti Sherlock Holmes, ma senza metodo, senza riscontri, senza contraddittorio. L’intuizione scambia il posto con la prova. L’impressione diventa sentenza. I social diventano le nostre fonti certe e incontrovertibili.

E invece il primo dovere – soprattutto per chi informa – è la verifica. Cercare fonti attendibili. Incrociare le versioni. Contattare le forze dell’ordine. Chiedere conferme prima di pubblicare, non dopo. Non esiste alcuna giustificazione alla corsa per arrivare primi se il prezzo è la reputazione, la sicurezza o addirittura l’incolumità di una persona.

Ma ciò non vale solo per i giornalisti, che hanno il dovere di verificare per deontologia professionale. È una regola che deve valere per tutti.

C’è poi un altro aspetto, ancora più delicato: la diffusione di foto e video. Pubblicare il volto di una persona che non è indagata, che non è stata condannata, che non ha commesso alcun reato, significa esporla alla gogna pubblica. Significa consegnarla alla folla digitale – e talvolta reale – senza processo e senza difesa. È una caccia alle streghe in piena regola, con la differenza che oggi il rogo è mediatico, ma le conseguenze possono essere molto concrete.

Il linciaggio non nasce più solo nelle piazze: nasce nei commenti, nelle condivisioni, nei messaggi vocali inoltrati compulsivamente e quelli inoltrati in malafede, per scatenare il panico. E quando la verità arriva – spesso tardi, spesso in sordina – il danno è già fatto. Le smentite non hanno mai la stessa forza delle accuse. La paura resta, il sospetto pure.

Forse non tutti si rendono conto delle conseguenze di tutto ciò. In ballo ci sono anche vite e dignità umana. Basti pensare, per esempio, che da ieri a Palermo una donna già fragile è ancora più fragile. E forse, senza voler diffondere altro allarmismo ma basandoci sulla veemenza di certi commenti letti sui social, è anche in pericolo.

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